Il grande studioso morto a Roma a 78 anni. Il rigore scientifico non ha mai offuscato la brillantezza della sua scrittura.

Di Gianfranco Capitta,  Il Manifesto, 6.11.2020

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Si è spento giovedì sera a Roma Ferdinando Taviani, sicuramente uno dei migliori e più appassionati e rigorosi studiosi della storia del teatro. Era nato alla Spezia nel 1942 ma era cresciuto a Roma (suo padre era un noto uomo politico, Paolo Emilio, più volte ministro). Il suo rigore era noto e proverbiale, così come il calore e la sua sferzante simpatia. Soprattutto tra i suoi numerosi studenti, lungo gli anni. Con i quali poteva anche essere severo, e fin troppo esigente forse, rispetto al momento storico (il dopo ‘68). Ma insegnava che senza il rigore dell’apprendimento non si poteva pensare seriamente a cambiare il mondo e le sue contraddizioni.

Era stato allievo alla Sapienza di Giovanni Macchia, nella prima cattedra italiana di storia del teatro; ne divenne assistente (coordinando il proprio lavoro sulla scena a quello di etnologi e antropologi illustri), per scegliere poi di star lontano dalle bagarre degli atenei «capitali». Ebbe quindi la cattedra a Lecce, per trasferirsi poi all’Aquila (dove per anni si è recato con la prima corriera del mattino) diventando direttore di istituto. Lecce non fu una tappa casuale: dopo aver visto Eugenio Barba e il suo Odin Teatret alla loro prima apparizione italiana a Roma, abbracciò la poetica e il metodo dell’artista pugliese (allievo e divulgatore a sua volta di Jerzy Grotowski) trapiantato in Danimarca a Holstebro. Da allora Taviani è stato l’esegeta e quasi il testimonial di quel rinnovamento che ha influenzato l’intera scena mondiale. Il suo Libro dell’Odin è in cima alle indagini teoriche e sistematiche su quella esperienza, di cui dagli anni ‘70 è diventato in qualche modo dramaturg. Anche se non ha mai smesso, nella propria attività scientifica, di coltivare e approfondire altri ambiti della storia dello spettacolo. Ha così scritto libri, che restano fondamentali, sul teatro barocco e sui comici dell’arte, riferimento obbligato per chiunque voglia avvicinarsi a quel periodo fondante del teatro italiano, e non solo: La Commedia dell’Arte e la Società Barocca. La fascinazione del teatro (Bulzoni) e Il segreto della Commedia dell’Arte, scritto insieme a Mirella Schino (ristampato da Casa Usher). E ancora Uomini di scena, uomini di libro, per Il Mulino, sul ‘900 italiano.

Era capace di intuizioni illuminanti anche in una semplice introduzione, come quella alla raccolta di pezzi giornalistico/teatrali di Cesare Garboli, Un po’ prima del piombo (Sansoni). Il rigore scientifico non ha mai offuscato la brillantezza della sua scrittura, e il calore del suo rapporto col teatro (sposato con la figlia di Regina Bianchi, aveva avuto in diretta familiare l’esperienza del grande Eduardo). Applicandosi con la stessa intensità a esperienze sceniche tanto diverse, che pur differenti nelle forme, avevano in comune una loro capitale «densità» e necessità. Tutte articolazioni di un «teatro per la vita» cui prestare la stessa, laica e totale, attenzione. Un rigore e una brillantezza che oggi vengono con Nando Taviani drammaticamente a mancare.

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