(Da Facebook)

Qui insieme a Nando Taviani e un altro paio di colleghi alle prime prove de La Vita Cronica, nel 2008, nella sala blu dell'Odin Teatret. Un ricordo speciale tra i tanti. Nelle riunioni drammaturgiche con Eugenio, insieme a Raul e Ana,

noi assistenti ci chiamavamo "i teologi", coloro che pretendevano di definire la natura di Dio. Nando, in quel gioco, era a pieno titolo il pontefice, colui che costruiva i ponti. Lo faceva con dedizione paterna e vocazione pedagogica. Tu lo seguivi nei suoi attraversamenti, convinto che ti avrebbe condotto dall'altra parte, e che avresti conquistato il regno di tutte le soluzioni. Ma poi all'improvviso Nando arrestava il passo, guardava in basso, si voltava, e poi ti rivolgeva quel suo sguardo sornione. Tu ti accorgevi troppo tardi che lo avevi seguito su un ponte sospeso sul vuoto, un ponte esile e pericolante, e che ormai non ti restava altro da fare che precipitare nel teatro normale. O imparare a volare. Nando ti guardava finto tonto. I suoi occhi un po' ti chiedevano scusa, un po' ti chiedevano con quella furbissima erre moscia: "Ma non era qui che volevi andare?"
Nando in quei conclavi era il papa. Ma rinunciava sistematicamente al dogma dell'infallibilità. Le finestre sul mondo le apriva tutti i giorni, non solo la domenica. Giocava in realtà a fare lo scemo del villaggio, un po' perché lo imbarazzava la sua schiacciante superiorità, ma soprattutto perché le sue parole fossero per noi gioco, enigma e profezia. Mai inquisizione. 

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