Quante volte sarà accaduto anche a voi di farvela sotto dalle risate leggendo introduzioni a raccolte varie redatte più o meno in questo tono: «Lungamente sollecitato da carissimi amici ed estimatori a raccogliere e pubblicare questi miei scritti ho resistito con accanimento per anni, ma al fine, se pur con riluttanza, ho ceduto».

Ma te la vedi, questa moltitudine di estimatori ed amici entusiasti che assillano appassionatamente il pudico «Maestro»: «La prego, raccolga e pubblichi! Non ci lasci orfani di questi suoi straordinari ed unici giochi della mente! Se non vuol farlo per sé, lo faccia almeno per l'umanità».

Tutti sanno che, in verità, è da quando ha svolto il primo tema in classe alle elementari che il nostro restio raccoglie e pone in archivio ogni scritto per la postuma pubblicazione in volume. E non c'è verso, mai che un autore abbia il coraggio di iniziare la presentazione del volume che raccoglie i suoi saggi ed opere con confessioni del genere: «Se pur pregato fervidamente da amici e parenti di desistere dal raccogliere e pubblicare questi miei pensieri, io, caparbiamente, ho fatto l'impossibile, assillando editori e sponsor, perché si arrivasse alla pubblicazione. Inoltre, ho premuto con regalie promesse e ricatti anche sul tipografo e sul proto in particolare che si rifiutava assolutamente di battere il testo riproducente i miei pensieri».

Per quanto mi riguarda, state tranquilli, giuro che non starò a produrre attenuanti o scantonate di sorta a questa mia smodata aspirazione di passare ai posteri attraverso un testo fondamentale sulla tecnica e la disciplina, anche morale, dell’attore. Anzi, all'inizio, febbricitante di presunzione, pensavo addirittura di titolare questa mia fatica L'antiparadosso dell'attore, con l’intento piuttosto scoperto di mettermi in polemica aperta con Diderot, e quindi subito al suo livello... ma amici davvero affettuosi, mi hanno fatto notare che nessuno si sarebbe accorto della polemica... quindi, sconsolato, ho desistito.

A parte il gioco e lo spasso, questa pubblicazione si deve, in gran parte, all'opera di Franca (un'altra volta). E lei che ha dato l'incarico ai nostri collaboratori di registrare per anni e anni ogni mia chiacchierata... anche la più sgangherata e vaneggiante, durante stages, lezioni, seminari, convegni e workshops. E poi si è pure preoccupata di sbobinare e far ribattere in bella copia chilometri d'interventi... e di depositarli in bella evidenza sul mio tavolo di lavoro e anche sul mio cuscino prima di andare a letto. Quindi se vi provoca e infastidisce, questo malloppo, prendetevela anche con lei.

Prima però di passare all'osso del discorso è mio dovere darvi un avvertimento: ogni volta che vi esporrò un fatto, un aneddoto o un episodio storico, farò l'impossibile pur di fornirvi le fonti e le documentazioni del caso. Ma non sempre mi riuscirà, perché spesso, per mia dabbenaggine, non mi troverò in grado di ricordare esattamente il nome dell'autore del testo su cui ho letto il passaggio in questione. Vedo già il sorriso cattivo degli eruditi maligni: «Ah, ah, metti le mani avanti, furbacchione... come al solito te lo sei inventato tu il fatterello!» Ebbene sì, è vero... spesso invento... ma attenzione, sia chiaro... le storie che mi fabbrico di sana pianta vi sembreranno ogni volta terribilmente autentiche... quasi ovvie... invece, quelle impossibili, paradossali, che giurereste inventate, sono al contrario tutte autentiche e documentabili. Sono un bugiardo professionista. E sono riuscito a far cascare in questa trappola del: «Non è vero, dubito» decine di prevenuti cacadubbi chiosatori. D'altronde, lo ripeto da una vita: gli eruditi supercriticispulciaioli son quelli che, quando gli mostri la luna, loro ti guardano il dito... e in particolare l'unghia, per indovinare esattamente da quanto te la sei tagliata.

In un primo tempo avevo pensato di dare una sistemata al materiale raccolto trascrivendo i nastri registrati durante la «sei giorni» dell'Argentina, uno stage per allievi di teatro, e poi di consegnare tutto quanto all'editore così come si trovava. Ma poi, rileggendo i vari interventi eseguiti su un medesimo argomento, in tempi e paesi diversi, mi sono reso conto che non tutto ciò che avevo realizzato in quella occasione romana era da considerarsi al meglio. Per esempio, la dimostrazione resa a Copenaghen nell'82 a proposito della tecnica gestuaria nel mimo bianco risultava più stringata e divertente di quella prodotta all'Argentina; non parliamo poi dell’esibizione con gli allievi del River Side a Londra in merito al teatro di situazione. I due ragazzi che avevo fatto salire sul palcoscenico romano per la stessa dimostrazione, al confronto, erano degli imbranati. Quindi ho tolto da una parte e immesso dall'altra. Così, a furia di incastri e scambi, è nato il testo che vi propongo. Sono sconvolto io stesso per i miracoli che sono riuscito a realizzare; al confronto, gli stravolgimenti metafisici e gli incantesimi di transfert del repertorio di mago Merlino sono giochi da ragazzi.

Non è facile riuscire ad accorgersene, ma vi assicuro che sono riuscito a compiere prodigi straordinari: ho acchiappato un allievo che si trovava a Santa Cristina di Gubbio nell’estate dell’80 e l’ho proiettato sul palcoscenico dell’Argentina il 24 settembre dell’84 ad esibirsi in coppia con un giovane mimo di Londra che non era mai sceso in Italia, poi, siccome me ne serviva un terzo da aggiungere, ho selezionato fra centinaia di partecipanti a stages intervenuti in posti e in tempi diversi e ho scelto un indio mapucio, attore di grosso temperamento... quindi, senza far tante storie, dal palcoscenico della scuola del teatro di Bogotá l'ho scaraventato qui... all’Argentina... e speriamo che quelli dell'emigrazione non si accorgano che non ha il passaporto e nemmeno il permesso di soggiorno. Tutto realizzato senza mai ricorrere alla legge sulla relatività del valore spazio-tempo... tutto con la semplice inarrivabile forza dell’arbitrio immaginifico!

Però, dove sono riuscito a raggiungere il sublime dell'impossibile è al punto in cui Meldolesi del Dams di Bologna, pur trovandosi in quell'istante a tenere un corso sul teatro d'avanguardia a Holstebro nello Jutland danese, viene da me spostato per ben due volte consecutive qui a Roma e costretto ad intervenire in un dibattito che, nella realtà, si svolgerà a Stresa l’anno seguente. In questo caso non faccio altro che accelerare il tempo di 10.000 anni luce e realizzo l'incontro dove mi pare... qui a Roma per esempio... Raccolgo un fracco di gente e, senza manco chiedere loro se sono d'accordo, li precipito lì in platea.

«Taviani, alzati!... Su, non far storie, lo so che in questo momento ti trovi a Palermo... e non riesci a capacitarti come io abbia fatto a farti arrivare qui... non posso spiegartelo, sono trucchi del mestiere. Avanti, ripeti per filo e per segno il tuo intervento di Pistoia... Come quale? Quello sull'Arlecchino... che secondo te sarebbe una maschera estranea alla Commedia dell'Arte, tant'è vero che, dicevi, non ha origine italiana, ma francese... Ecco, bravo... adesso stai lì che ti faccio rispondere da Eugenio Barba che in questo momento sta a New York… non m'importa se c'è il fuso orario... Eccolo qua, forza Eugenio, rispondi... Non hai voglia? E io ti traspongo lo stesso, ti faccio dire quello che hai scritto nel tuo saggio pubblicato tre anni fa... al capitolo Arlecchino maschera orientale».

Fermi tutti, c'è Ferruccio Marotti che ha chiesto la parola... sta parlando da Bali dove trascorre le vacanze... dice che lo spirito dell'Arlecchino primordiale era quello di un puttaniere anche un po' pappone... un amorale anarcoide... una maschera senza ruolo. Fermo! Fermo tenetelo: Ron Jenkins sta aggredendo Peter Kotcevic di Francoforte. Sì lo so che in verità Ron Jenkins si trova a Boston e la dichiarazione che ha fatto scattare Peter Kotcevic l'ha espressa a Bruxelles tre anni fa. Tutto 'sto pandemonio è scoppiato per il fatto che Kotcevic si trova d'accordo con Erwin Cost: «Gli attori che a Colonia alla fine del Seicento hanno bruciato un pupazzo raffigurante Arlecchino... avevano qualche buona ragione...» ha sentenziato.

Volano parole grosse. Per fortuna a mettere un po' di pace interviene Ragni spalleggiato da Tessari... fiondati, il primo da Perugia l'altro da Venezia dove sta intervenendo alla Biennale di due anni fa. Alla fine si va tutti a pranzo... ognuno nei propri luoghi e tempi d’origine e provenienza. Oh, finalmente! Un po' di quiete e normalità!

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