Sei stato, e sarai sempre, il mio professore. Ed è per me ancora inconcepibile pensare che tu sia morto. Come fai ad essere morto?

Come fa ad essere morto chi non se n’è mai andato ma è sempre vissuto in quelli come me che hanno avuto la fortuna, il privilegio, di incontrarti? Lontana stirpe di Tavianidi che, in quei lontani anni aquilani, ci riunivamo in quell’ultima stanzetta a destra ad ascoltare beati le tue lezioni. Giovanni Macchia. Molière. Quel racconto di Borges in cui i bambini, giù nel cortile “facevano teatro”. Che bello, prof. Poter pensare che esisteva un mondo in cui la cultura si chiamava e si rispondeva dai campi più disparati: la musica che chiamava la letteratura, passando per il teatro, il cinema, Fellini. Che bello che esisteva quel mondo là. Per me, provinciale appena ai bordi, è stato riconoscere qualcuno che, nel mondo che avrei voluto attraversare, mi guardava dalla fine della rotta. E sorrideva. Sornione. E ti ricordi, prof, che a volte mi chiedevi un parere, a me? A me che ero appena arrivato con l’autobus alla fontana luminosa ed avevo persino timore di parlare, durante le lezioni di latino, perché le mie parole avrebbero tradito il mio accento. E tu mi chiedevi un parere, mi guardavi in ultima fila e mi dicevi: “E tu, Antonio, che ne pensi?”. Quelle domande per me erano medaglie. Quanto me ne beavo. Ancora oggi, prof, quando insegno, a volte sento, sopra la mia, la tua voce, sopra i miei, i tuoi gesti, le tue pause (meravigliose pause in cui noi, irriverenti, fingevamo che stessi pensando: “Mado’, che cosa bella che ho detto…”). A volte sento la tua mano sulla mia spalla. E come ci hai riuniti in questi giorni, lo hai visto, prof? Siamo emersi dal tempo, dalle nostre vite, e ci siamo sentiti, ritrovati, stretti nel lutto e abbracciati nel ricordo. Ancora qui. Ancora tutti. I tuoi studenti. Guardaci, prof. Non morirai mai. Non andrai mai via. 

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