Carissimo Nando, 

prof.

Spesso ti apostrofavo così per divertirmi e assistere alla tua irritazione. Mostravi platealmente disappunto. E poi ridevi. Creare scompiglio ti divertiva. Eri un maestro burlone. Eppure si poteva uscire da un dialogo con te, con la vita e i pensieri stravolti. Con progetti di lavoro lunghi anni. Con sentimenti d’urgenza e di operosità o con il più totale sconforto. Retrocedendo da una strada senza uscita o precipitando nel vortice di un punto di vista che avevi ribaltato. Parlavi molto. Facevi anche tante domande, e ascoltavi. Questa tua maieutica sembravi esercitarla senza intenzione, quasi per gioco. Non la prendevi mai troppo sul serio.

Ci ho messo molto a scriverti. All’inizio non trovavo un “luogo” adatto. Sentivo di non avere una “patente” per parlare di te, pubblicamente intendo. Sei una pietra miliare per gli studi teatrali, riferimento indiscusso per artisti, studiosi, teatranti, amici. Sei stato - e sei - maestro di maestri. Poi Nicola ha creato il luogo e Mirella, tua moglie, mi ha chiesto di scrivere una lettera, di condividere un ricordo. E così, ora, ho anche una piccola patente”. Ma il pudore rimane.

Parlare con te era come affrontare un duello con un esperto di spada: sapevi disarmare i pensieri immaturi, disarcionare gli stolti col sorriso e se annusavi insicurezza, indecisione, sapevi fenderne l’aria sotto il naso dei tuoi interlocutori, per stanarla. Ricordo quando in faccia alla telecamera mi dicesti: «le cinema c'est dégoûtant», e solo dopo ti lasciasti riprendere. Il maestro affonda, non risparmia i suoi colpi. Lo fa con destrezza ma distrattamente, con un certo affetto. L’allievo non ne morirà, ma nemmeno ne uscirà indenne.

Con questo spirito ti venivo a trovare, in questi tuoi ultimi anni: grata e vigile. Non ero stata tua allieva all’università. Non ero stata un’attrice che avevi incoraggiato o seguito. Ma avevo - anche io come tutti - la mia piccola storia di gratitudine e non avevo idea che fosse solo l’inizio. Dal “maestro d’armi a riposo” ho ricevuto regali immensi. 

Parlavi di Grotowski, raccontavi le storie dei ragazzi” di via delle isole Pelagie, dei compagni dell’Ista, tuoi fratelli, prendendo fiato con il tuo classico: Ti annoio”? Ogni tanto, per rafforzare un motto o riacciuffare un ricordo, ti fissavi in una posa viva”. Le dita aperte in aria, ferme come punti sospensivi. Fiato sospeso. Poi a un certo punto ritornavi, duettando qualcosa con tua moglie. Vita quotidiana, ritmi di scena: ti chiesi un giorno se potevo registrarti. Mi dicesti che non volevi saperne. Che avrei dovuto farlo di nascosto. Mi dicesti di non dirtelo mai. Non te lo dico, Nando, se ci ho mai provato.

A volte venivo a trovarti da sola, poi sempre più spesso insieme a Luca. Ti divertivi a vigilare sulla nostra unione. Ci chiedevi del nostro lavoro, dei nostri progetti. E dalla tua poltrona al centro del tuo mondo seminavi consigli. Non erano semi ma sassi. Che facevano rumore, che “svegliavano”. A volte ci colpivano in testa, a volte ci indicavano un tesoro. Ne osservavi la traiettoria e l’effetto: quando facevano un buco nell’acqua, quando si perdevano nelle fronde troppo fitte e ingarbugliate delle nostre menti, quando spezzavano i nostri rami secchi. Oppure quando colpivano un frutto, che cadeva proprio ai nostri piedi, pronto per essere colto.

C’erano le volte, caro Nando, che il tuo “sasso” colpiva nel profondo, come fosse caduto in un pozzo. Sembrava non restituisse alcun suono. E si usciva storditi dalla tua casa, senza parole, senza un’eco risolutiva, in attesa che il“messaggio” toccasse il fondo, che si facesse sentire con un sonoro “ho capito”. Spesso passavano giorni prima che riuscissimo a sentire quel tonfo. Ma quando arrivava era forte come un tuono.

Negli ultimi tempi ti smarrivi. Cercavamo di distillare, - navigando fra le tue vaghezze - i pensieri acuminati, le domande disarmanti, la battuta sagace di un tempo. Per chi aveva pazienza le perle arrivavano. In ogni caso nel mostrare amore e generosità non ti sei mai perso. 

Ricordo come mi hai aiutato alle prese col montaggio de La vita cronica. Ricordo il “nostro” film su Torgeir Wethal, su cui avevamo cominciato a lavorare, noi due, in sordina. Parlavi di lui come di un pesce esotico, anomalo come attore, anche rispetto alla specie “Odin Teatret”. Avevi gli occhi innamorati e ho preso appunti preziosi. E poi Iben, Eugenio, Roberta, Julia… a quel tempo all’Odin lavoravo. Ma era da te che venivo per sentirne raccontare. 

Ricordo la volta che Luca ha danzato in tuo onore, nel tuo salotto. Ricordo quando abbiamo cantato per te, in mezzo ai tuoi libri e al tuo stupore. Ricordo alcune promesse da onorare. 

C’è un frammento di te in ognuno di noi. Eugenio dice che eri pieno di musica, di tutti i tipi. Che sapevi farci ballare con le note di Chopin o di un cha cha cha. 
Ti sono grata Nando, per questo cha cha cha.

Come tanti, ti ho conosciuto da studentessa, leggendoti. E ti ritrovo, ma più intimamente adesso, se ti leggo. Mi sembra di ascoltarti. L’architettura geniale del pensiero che rovescia sempre ogni certezza, la lucidità spiazzante, quel ritmo lento del cesello che fa bene solo il decifrarlo, quell’arte del fioretto che ti tocca il cuore mentre aguzzi il cervello - e viceversa. Leggere tutto questo è una consolazione.

Avevi una foto nel tuo studio, ritagliata da un libro o da un giornale: una giovane ragazza indiana, una bambina. Vestita di rosso, immersa per metà nell’acqua, penso facesse il bagno nel Gange. Mostrava i sassi che aveva in mano e ci guardava sorridendo. Mi dicesti: quando penso alla morte, a quando verrà a prendermi, la immagino così, con il suo volto. 

Ora che la bambina è arrivata, ti immagino passeggiare con lei facendole mille domande. Offrendole ricordi, scherzi, libri, bizzarrie. Vi immagino a scambiarvi i sassi. Io tengo stretti i miei, mentre vi guardo andare. Questa tua “morte” è l’ultimo che lanci. Distrattamente, dietro le spalle. Uno di quelli che non tocca il fondo. 

Ciao Nando. 

Chiara

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