Peggio della cattiva volontà c’è, non di rado, la buona volontà. Certuni, lungimiranti, ce l’hanno spesso ripetuto. Per farsene una ragione basta dare un’occhiata alle indicazioni dei “progetti” per i quali vengono banditi concorsi (per esempio, dalla Comunità Europea,o da certe Regioni, o da altre istituzioni culturali pubbliche e private, grandi o piccole):

 si vede che a dettare il passo è sempre, alla fin fine, il “buoncore a pagamento”. Si chiede agli artisti di ingentilire angoli trascurati delle città, di vezzeggiare la bellezza del paesaggio, di consolare gli afflitti. (Non l’arduo, forse impossibile, consolarsi, ma consolare gli altri). Spesso li si paga – in pratica – perché essi, gli artisti richiedenti il contributo economico, riescano a conoscersi, a collaborare, a volersi bene, a voler bene ai luoghi in cui son chiamati a lavorare, a lavorare gomito a gomito per tenere occupate le persone delle fasce “a rischio”. Tutte opere d’onore. L’onore per contratto, però, pare che comporti dei rischi. Altri progetti, meno altruistici, possono facilmente ridursi al còmpito di ornare pubbliche o private festività o la festa mobile del turismo.

L’arte di piacere può far parte a pieno titolo delle Belle Arti. Ma il punto critico è quanto e per quanto tempo riesce così a preservare la propria autonomia, la motivazione, e – in una parola – le punte di ribellione che in un modo o nell’altro debbono pur covare sotto la cenere della “bontà” – oppure soffocarvi. Perché è fin troppo facile prevedere che se la coltre si limiterà a non nascondere nulla di contradditorio o di contrario, se si riprometterà d’essere nient’altro che la coltre d’un’arte buona, alla fin fine servirà solo a facilitare l’accesso ad un’arte alla buona.

C’è qualcosa di male in un’arte buona? O in un’arte d’esser buoni? O persino in un’arte alla buona? Ovviamente no (e nel caso che abbia lasciato trapelare, parlandone, una cert’aria d’irrisione, chiederò immediatamente scusa). L’arte di buona volontà non mette forse in pratica alcune delle esperienze più ardite dei teatri più coraggiosi? Certamente: le mette in pratica, le esegue, le replica, a volte semplicemente le copia, e quindi alla fin fine, sprecandole, le nega. “L’obbedienza non è più una virtù”, si diceva non molto tempo fa. Ma dirselo serve a poco. Il fatto è che la disobbedienza, questa sì, è l’arte più difficile. E non la si impara. Ci si casca dentro. O è meglio lasciar perdere. In questo caso la simulazione non solo è controproducente, ma disonorevole. E comunque è volgare da vedere.

L’arte buona è controproducente per il pubblico? No. Ma lo è per gli artisti. Perché se ne prende cura, e curandoli, volere o no li disarma. In altri termini: li organizza.

“Felice chi è diverso / essendo egli diverso / ma guai a chi è diverso / essendo egli comune”: qualcuno potrebbe essere tentato di tornare a citare questi versi innocenti e brutali di Sandro Penna. Il buon cuore, fra le arti, nel loro campo di battaglia, è un cuore smorto. Smorza la necessità di ferire e innamorare lo spettatore. Si limita alla buona volontà di piacergli senza saper andare all’attacco - senza sfidarlo, senza rischiare la scossa dello spasso, del trasalimento e fors’anche della paura e dell’orrore – quell’orrore non violento, per esempio, che suole chiamarsi “catarsi”. In altre parole si potrebbe dire che il buon cuore rinuncia alla qualità superiore dell’arte.

Ma non è un problema estetico. È un problema essenziale: un problema di sopravvivenza. Non ha a che vedere con la gloria e l’eccellenza. In primo luogo ha a che vedere con il pane. Fuor di metafora: con il guadagno. La vetta o la valvola di sicurezza di chi vende consiste nel saper far desiderare al compratore quel che questi – il compratore – crederebbe di detestare. Qualcosa che porti con sé l’illusione di non poterne fare a meno.

Nella storia si è materializzata a volte in maniera nuda e cruda l’alternativa per i professionisti delle “arti di persona” (per brevità: “gli attori”): o riuscire a farsi desiderare malgrado tutti i concetti e i preconcetti di chi li deve pagare, oppure rassegnarsi ad una triste decenza. Se non si batte contro le circostanze, infatti decade. E le circostanze sono prima di tutto, alla lettera, gli spettatori – la loro benevolenza, la loro sostanziale indifferenza, malgrado il calore degli applausi e le onde passeggere della commozione. Come iniettare la costanza, in questo universo di per sé incostante è il grande còmpito del mestiere della scena. L’arte buona, l’arte simpatica e alla buona non è un difetto. È un vero e proprio veleno – per chi di teatro vive e vuole vivere.

Si potrebbe parlare a lungo di come l’arte degli attori si sia forgiata, in differenti contesti, in maniera tale da conquistare gli spettatori anche gestendo la propria diversità e quindi, alla fin fine, la propria potenziale sgradevolezza. Quando non sanno estorcere soavemente, cioè senza avvertibili forzature, il denaro di chi li vede, quando non sanno farsi desiderare anche per i loro “difetti”, gli attori debbono ridursi all’arte di piacere a coloro che sono in grado di pagarli.

Oggi i malanni conseguenti a questo trantran affiorano in maniera quasi invereconda. Quasi mai sono gli spettatori reali a decidere. Il potere è tutto nelle mani degli enti pagatori. La forza per agire su di essi non la si ottiene con la benevolenza delle intenzioni buone sulla carta. L’economia stessa risulta distratta. Tutto è organizzato per essere intercambiabile, Gli impegni commerciali possono essere manipolati da chi dovrebbe spendere il denaro. Non è la qualità che paga, se pochi della qualità si accorgono. E in caso di bisogno, di penuria, quando si presenta la necessità di risparmiare, chi eroga il denaro può tirarsi indietro senza tema di suscitare vere proteste. Può ricattare come vuole gli artisti i quali naturalmente spesso non hanno come difendersi. E comunque sono come dei pesi-piuma in una rissa da stadio.

La questione, in altre parole, non è morale. È estetica – cioè commerciale. Se debbono specializzarsi nel saper piacere, gli attori debbono ridursi a far parte del trantran quotidiano del Come tu mi vuoi, secondo il botta e risposta della domanda e dell’offerta.

Ammesso che qualcuno legga queste righe, si può star certi che dirà: che c’è di strano? Eppure qualcosa di strano c’è: un elemento minimo, quasi invisibile, su cui molto d’essenziale si regge. La capacità di infettare alcuni spettatori. Faccia a faccia, non tramite l’immagine ma tramite la presenza. Nient’altro che il sassolino tolto il quale, però, la torre pian piano si disfa e viene giù.

Alla fin fine gli attori sono protetti o garantiti solo dagli spettatori appassionati. Che ci siano gruppi di spettatori che li desiderino come un bisogno, come un oggetto di passione ed amore. Senza di questo, senza il sovrappiù indicato dal termine apparentemente esagerato di “infettare”, l’attività artistica è condannata alle leggi economiche più sconvenienti: la moneta cattiva (facile) scaccia la buona (fatalmente più difficile). Un prodotto vale l’altro. Gli artisti sono interscambiabili in base alle regole auree della razionalità organizzativa. Gli attori sono sottoposti al commercio della disattenzione. Chi eroga il denaro non è – di regola – colui che è in grado di goderne l’arte.

Un’attività artistica, che può subire senza resistenze la disattenzione nei confronti della sua forza e delle sue particolarità irripetibili, è suicida. Corre verso il suo cimitero degli elefanti.