Pubblicato in Franco Quadri, (a cura di), «Patalogo», n° 9, Ubulibri, Milano, 1986.

            In una sera della loro piovosissima estate 1985, i lettori del giornale locale di alcune cittadine del Nord Europa potevano scandalizzarsi e divertirsi leggendo un curioso trafiletto:

 

Assassinio di cavalli. Gli zoofili sono in tumulto dopo che un gruppo teatrale d'avanguardia ha scannato un cavallo durante         uno spettacolo, gli ha squarciato il ventre e ha scagliato le interiora contro il muro. Il cavallo era destinato al macello. Tuttavia, gli zoofili hanno espresso il loro raccapriccio, e auspicano che il gruppo teatrale, in futuro, faccia uso di un cavallo di legno. ("Dagbladet", Danimarca, 31 luglio 1985).

            Notizie come queste sono apparse in giornali e riviste (teatrali e no) di diversi paesi europei, in America Latina, negli Usa, in Canada, in Australia: poche righe dedicate a un aneddoto grottesco e italiano. Era un falso, ma sintetizzava correttamente ciò che la stampa italiana, con l'apporto dei critici ufficiali dei maggiori quotidiani, aveva fatto credere. È stata una diffamazione ai danni di Magazzini Criminali, un teatro che si è conquistato prestigio, in Italia e fuori, nell'ambito della ricerca", che ha quindici anni di lavoro alle spalle, che ha cambiato strada quando i suoi spettacoli stavano diventando un genere ben accetto, che è amato, difficile e fastidioso, e che per alcune settimane è stato trattato come una combriccola di   cretini da togliere di mezzo, dediti a infantile ferocia.

            Quando una parte della cosiddetta "critica militante" si comporta come una vera e propria milizia, incurante non solo del danno che arreca, ma anche della propria deontologia professionale e persino della dignità dei propri scritti, vuoi dire che il degrado culturale che oggi avvilisce la vita del teatro ha raggiunto punte allarmanti. A causa di questo degrado, per alcuni giorni, a fine luglio 1985, il teatro ha galleggiato fin sulle prime pagine dei quotidiani. Un'importanza che raramente gli è attribuita, e che questa volta si è guadagnata in maniera derisoria, per la licenza di coloro stessi che parlano spesso a destra e a sinistra dell'amor di teatro, della necessità di salvaguardarne i valori e il futuro. È vero che la campagna stampa che ha rischiato di sommergere Magazzini Criminali e che, nei tempi brevi, li ha gravemente danneggiati, si è messa in moto per leggerezza e per piccole vendette, ma è anche vero che essa si è presto nutrita dello stravolgimento della nozione di "critica militante". Nel giro di un giorno, nella polemica sorta attorno a uno spettacolo, le voci dei critici che vi avevano assistito sono state sostituite da quelle dei loro colleghi di maggior potere giornalistico, smaniosi di condannare, a volte di vilipendere, soprattutto di non sapere.

                        Non si tratta, di fronte a questo episodio, di difendere l'una o l'altra forma di teatro, né di discutere i gusti. Si tratta di reagire a quell'atteggiamento per cui il critico milita contro l'esistenza dei teatri di cui valuta negativamente gli spettacoli o i cui spettacoli sceglie di non vedere. C'è un diaframma solo apparentemente sottile, comunque decisivo, che distingue l'uso della cronaca giornalistica per esprimere dissenso o riprovazione e il suo uso, invece, per deridere, insultare o per invitare chi di dovere a tagliare i fondi. Queste scelte d'azione, non le parole alate, distinguono chi ha a cuore la vita del teatro nel suo complesso da chi ha a cuore soltanto se stesso, le proprie visioni, i propri amici e i propri sempre possibili abbagli.

1. Il mattatoio di Riccione

            Il 19 luglio 1985, nell'ambito della "Trilogia d'estate" di Santarcangelo di Romagna, la compagnia Magazzini Criminali    decide di recitare una versione ridotta del suo spettacolo Genet a Tangeri, per una sola volta, nel mattatoio comunale di Riccione. Lo decide sormontando la propria stessa paura, come un rischio responsabilmente accettato, da correre assieme a spettatori consapevoli. Non c'è alcuna provocazione né violenza. C'è qualcosa di più inquietante: durante la seconda delle sei azioni in cui lo spettacolo è concentrato, i tecnici del mattatoio, gli operai addetti all'igiene dell'ambiente e della carne, il veterinario di turno svolgono, con il ritardo di qualche ora, una parte del loro quotidiano lavoro in quel pubblico servizio, e macellano un animale, un cavallo destinato a cibo. Nei giorni seguenti, quando si verificherà il linciaggio stampa del gruppo, si parlerà di crudeltà inutile, di esibizione della morte, di spettacolarizzazione di un "male necessario". Verranno usati paragoni come "la morte in diretta" di un malato o l'esecuzione capitale. Paralogismi sintomatici: la macellazione di certi animali non è, nella nostra società, un "male necessario", ma un bene pubblico. Non è tollerata in mancanza di meglio, come il meno peggio, ma è ricercata, protetta, organizzata. Nessuno protesterebbe se i malati cessassero di morire nel dolore, o se non ci fossero più criminali da condannare, ma ci sarebbero sommosse se cominciasse a mancare la carne dai macellai. Né l'azione del macellare è, nella nostra società (come invece accade altrove, per esempio - credo - in Giappone), un'azione che si vuole circondata dal riserbo e dal tabù. In occasione delle nostre maggiori ricorrenze religiose, i cadaveri degli animali spellati occhieggiano a testa in giù dalle vetrine delle strade più luminose, squartati e sanguinanti, per fare allegria in vista dei dì di festa. Se non sbaglio, inoltre, è facilissimo visitare il lavoro d'un mattatoio. Operai e impiegati raccontano spesso aneddoti che riguardano i gruppi di curiosi ammessi a vedere.

            Tutto questo, non per dire che la rappresentazione di Genet a Tangeri al mattatoio di Riccione era la cosa più normale del mondo, ma per dire che il suo aspetto a volte lancinante toccava una vera, anche se minuscola, contraddizione. Non era paragonabile, insomma, a ciò cui venne invece paragonata, sulla base di associazioni automatiche di idee: all'esibizione del malanno.

            I modi ovvi e desiderati con cui si produce il cibo non potevano non apparire, agli spettatori e agli attori (recitavano concentrati e impalliditi) come una quotidianità vista improvvisamente con occhi non quotidiani. Lo spettacolo teatrale si svolgeva senza interferire con il lavoro del mattatoio, in uno spazio contiguo. La metafora teatrale sulla violenza operata dagli uomini sugli uomini si svolgeva accanto a una pratica non metaforica e benefica. Eppure questa era più feroce di quella.

            Poi, attori e spettatori uscivano all'aperto. Accoccolati ai piedi di un muro, gli attori dicevano le parole di Genet su Sabra e Chatila. Alla fine, accompagnando gli spettatori fuori dei cancelli, un attore riproduceva il discorso di Artaud Pour en finir avec le jugement de dieu: "J'ai appris hier...". Parlava di bambini americani cui viene tolta la "liqueur séminale". È il discorso registrato dall'attore-poeta poco prima di morire, nel '47. Una trasmissione radiofonica proibita, di cui circolava il nastro, quasi clandestino, negli anni Sessanta. Cose vecchie, diranno quelli che concepiscono la cultura e l'arte come una staffetta. Cose già sentite. Nel corso della polemica-linciaggio si ripeterà spesso, come fosse un dato di fatto, che gli attori di Magazzini Criminali avrebbero scelto il mattatoio per dare presenza fisica, attraverso la carne e il sangue, al concetto di "crudeltà" che        caratterizza la visione teatrale di Artaud. Quasi che loro non sapessero ciò che sa qualsiasi scolaro alla terza lezione: e cioè che la crudeltà di cui parla Artaud non ha a che vedere con l'esibizione diretta di immagini sanguinolente e scassanervi. Nello spettacolo di Riccione, Artaud - come Genet - era posto in conflitto con le immagini del mattatoio, non rappresentato in esse. Ma del senso e dell'efficacia di questo conflitto non ci sarà tempo di discutere.

            Il 23 luglio compaiono le recensioni dei giornalisti presenti alla rappresentazione del 19: Ugo Volli ("la Repubblica"), Sergio Colomba (''Il Resto del Carlino"), Maria Grazia Gregori (''l'Unità"), Gianni Manzella, Oliviero Ponte di Pino e Gianfranco Capitta (''il manifesto"), Carlo Infante ("Reporter"). La recensione di Volli è dura. Le altre sono scritte, con sfumature diverse, come testimonianze personali di spettatori desiderosi di riflettere, colmi di interrogativi. "il manifesto", con tre articoli, apre un dibattito serio, subito sommerso dal clamore, ma suscitando una polemica all'interno della redazione del giornale.

            Nessuno dei critici presenti allo spettacolo, né Volli, il più negativo, né gli altri, ha colto nella situazione elementi che giustifichino parole di condanna, di scandalo. Saranno redarguiti, per questo, da alcuni loro colleghi, assenti, ma convinti d'aver capito più e meglio. Volli sostiene che lo spettacolo, posto per una sua parte accanto al "procedere tecnico" degli operai del mattatoio, perdeva "qualunque forza comunicativa". Critica la qualità dei versi, che gli paiono gonfi di retorica. Di queste valutazioni negative approfittano i titolatori del suo giornale e sovrappongono all'articolo (come spesso è costume di "Repubblica") un titolo che non corrisponde al testo e che in questo caso trasmette un'informazione falsa: "Il cavallo muore ucciso dall'attore" (Volli, semmai, diceva in via metaforica il contrario), a cui segue, sempre nel titolo, la domanda: "È vero teatro questo?". È già l'operazione che in maniera più insistita e volgare faranno "Reporter" e Mario Fortunato. Anche presso altri giornali, infatti, dopo aver letto gli articoli dei loro inviati, si decide di lavorare sulla notizia. "Il Resto del Carlino" si        limita ad aggiungere, in prima pagina, un nuovo pezzo di Colomba, dedicato interamente a Magazzini Criminali e alla rappresentazione di Riccione. "La Nazione" invece scarta il pezzo del suo critico e fa intervenire, in prima pagina, Laura Griffo, che scrive un'ampia cronaca dell'avvenimento cui non ha assistito. Commenta anche l'atteggiamento degli spettatori. Il titolo - "Teatro Toscano: cavallo ammazzato e squartato in scena" - prelude alla successiva campagna per sottrarre e destinare ad altri i parchi finanziamenti e gli umili spazi che Magazzini Criminali s'era guadagnato in questi anni in Toscana. Perché la notizia diventi notizia, e quindi pretesto per regolare i conti che a ciascuno stanno a cuore, occorre, per il momento, che la falsificazione sia dura: "cavallo ammazzato in scena dagli attori" e non "spettacolo in un mattatoio".

            Più tardi, quando lo scandalo sarà scoppiato, una maggiore veridicità non darà più fastidio ai giornalisti interessati, ed essi potranno riconoscere agevolmente che gli attori non hanno ammazzato nessun cavallo su nessun palcoscenico. Ma poiché scandalo c'è stato, lasceranno intendere che ci fu anche colpa. E soprattutto si guarderanno sempre dallo smentire le notizie false e quelle calunniose. Fingeranno di ignorare le immagini contraffatte divulgate dai loro colleghi, come se guardare un po' per il sottile nuocesse al ragionamento.

 

2. La notizia nuova

            Con noncuranza della deontologia giornalistica, "Reporter" decide di ricostruire a suo modo i fatti e schiaccia l'articolo di Carlo Infante sotto titoli che contraddicono il testo e inventano la notizia da scandalo. In prima pagina: "Un gruppo di teatro uccide un cavallo in palcoscenico". In seconda e terza: "Magazzini Criminali davvero!", "Ucciso per fare spettacolo ( ... ) Poco scandalo". Mario Fortunato commenta l'avvenimento a caldo, ma al solo calore delle sue ire redazionali, perché allo spettacolo non c'era. Ha il piglio disinvolto, gonfio di senso comune, ingenuamente scandalizzato che, quindici o vent'anni fa, era solo        appannaggio degli articoli del "Tempo" o del "Secolo d'Italia" quando volevano spargere calunnie. Dice:

Saremo sicuramente taccia ti d'essere demodé. ( ... ) Il fatto è che questa storia della macellazione in diretta di un cavallo, contrabbandata per spettacolo teatrale da un gruppo che, vedi caso, si chiama Magazzini Criminali, proprio non ci va giù. O, per dirla con semplicità, ci fa un po' schifo. I motivi, lo confessiamo, sono dettati da quel banale buon senso comune da cui oramai critici e teatranti evadono con una disinvoltura sempre più preoccupante. Già, perché da qualche tempo a questa parte, gli spettacoli teatrali non sono più spettacoli teatrali. Sono eventi.

            Il giornalista, qui, non sa bene per che cosa si indigna, ma sa che vuole indignarsi. Non conosce i fatti, ma non gli sta bene ciò che scrive il critico del suo giornale. Poiché vuoi mettersi dalla parte del "buon senso comune" preferisce inventare: scrive di attori che trascinano un cavallo proprio al centro del loro spettacolo e... gli sparano in bocca. Dopo che si è fabbricato così l'evento, è naturale che si meravigli - o finga di meravigliarsi - perché gli spettatori non hanno protestato. Può quindi lanciar strati satirici anche contro gli spettatori. Più tardi, Renzo Tian colmerà la lacuna e inventerà gli spettatori protestanti.

            È questo un modo di far giornalismo rozzo e senza pudore, ma non cieco. I giornalisti e i redattori che deformano i fatti nella maniera più grave mostrano di comprendere bene l'intima indole della notizia: se un gruppo teatrale fa spettacolo in un mattatoio, mentre procede il lavoro di macellazione degli animali, fa qualcosa che, raccontato, genera immediatamente          irritazione e fastidio. Ad essere decisivo, in quell'occasione, era l'atteggiamento degli attori, che è qualcosa di impalpabile, ed è facilissimo, per chi non è stato testimone, dare al lettore l'impressione che si sia trattato d'una scelta provocatoria, crudelmente goliardica, ribalda. Stante questa percezione del lettore, che può essere adescato all'ira con una semplice scelta di aggettivi, è possibile sovrapporre le due immagini: quella degli attori che sparano in bocca a un cavallo e lo squartano vivo e quella degli operai del mattatoio al lavoro. È tanto possibile che i redattori di diversi giornali non evitano neppure di dare due versioni contraddittorie: sanno che una volta messasi in moto l'emozione "giusta", il lettore frettoloso non farà poi tanta differenza. L'indignazione a buon mercato è un tale piccolo piacere da invogliare a chiudere un occhio sulla precisione e la coerenza dell'informazione. Con meno rozzezza, ma con altrettanto scarso pudore, sfrutteranno d'istinto quest'indole della notizia anche giornalisti come Renzo Tian e Enzo Biagi.

            Con il titolo in prima e due pagine dedicate all'avvenimento, "Reporter" riesce a trasformare un fatto complicato in una notizia falsa ma chiarissima: hanno ammazzato un cavallo in palcoscenico per rappresentare la morte; hanno sostituito la violenza reale alla metafora del teatro. Su questa notizia nuova si apre la corsa ai commenti e alle condanne. Da questo punto in poi la parola passa in toto a coloro che giudicano senza l'impaccio della cognizione dei fatti: lo lamenterà Maria Grazia Gregori su "l'Unità" del 25 luglio ribadendo che, se si fosse lasciato parlare i presenti, ci si sarebbe accorti che si trattò d'uno spettacolo duro, fuori dal normale, ma anche "fuori dall'idea di un teatro che voglia essere patologico, violento o perfino mortuario".

            Il 24 luglio, con quattro giorni di ritardo sull'evento, ma solo un giorno dopo la reinvenzione della notizia, se ne parla ai giornali radio della mattina, ne scrivono Alfredo Todisco (prima pagina del "Resto del Carlino"), Franco Cordelli ("Paese Sera"), ancora "Reporter".

            La prima pagina del "Corriere della Sera" inalbera un articolo durissimo di Roberto De Monticelli, scritto a caldo, mentre nella pagina degli spettacoli viene inquadrata un'esercitazione ironica di Manganelli accanto al tentativo di Palazzi di indagare i reali confini della notizia.

            Ma le voci di coloro che si richiamano alla realtà, per la sproporzione dell'invenzione giornalistica, sono quasi ridicolizzate. L'invenzione ha vita e sviluppo autonomo. Si diffonde anche sui più piccoli giornali provinciali. La calunnia non ha più remore. Fortunato, visto che il suo primo colpo ha avuto inaspettata eco, scrive ("Reporter" del 25 luglio) di un mondo

che non solo permette, tollera, provoca il delitto. Ma addirittura lo spettacolarizza. E con tanto di finanziamento statale.

            Rilette oggi, frasi come queste, e altre simili, non onorano chi le ha scritte e chi le ha sfruttate. Ma al momento, fidando sul carattere effimero dei fogli quotidiani, creano opinione. Lettere e telefonate anonime insultano gli attori di Magazzini Criminali, i responsabili della "Trilogia d'Estate" di Santarcangelo, coloro che han preso la parola contro la montatura. La sede del gruppo a Scandicci viene imbrattata con scritte minacciose. Sulla stessa pagina di "Reporter" in cui si parla impunemente di "delitto", compaiono una serie di opinioni raccolte fra intellettuali ed artisti, tutti chiamati a prendere posizione di fronte alla notizia nuova: gli attori che trascinano un cavallo in scena e lo ammazzano per rappresentare la morte e la crudeltà artaudiana. Alcuni degli interrogati non sospettano la malafede dietro la domanda e ricordano a quegli immaginari attori che il teatro è metafora. Due o tre, conoscendo gli interlocutori, sentono odore di montatura e di falso. La maggioranza collabora e si lascia andare senza ritegno all'insulto: "Artisti dalla fantasia disseccata" (Augias); "Piccoli replicanti volgari" (Cacciari, che aggiunge: "Dio li perdoni, io no", e spiega poi che la violenza del nostro tempo sta nei fatti, citandone due: il Libano e " il nonsense di Quelli della Notte"). E ancora: "Ingialliti, sopravvissuti, criminali" (Roberto D'Agostino).

            Un articolo in prima pagina della "Gazzetta dello Sport" fa credere addirittura che gli attori abbiano praticato la vivisezione: "Quel cavallo squartato sulla scena teatrale - L'Italia indignata- Un orrido rito sacrificale di una falsa cultura". Si  racconta che gli attori, dopo aver ucciso il cavallo, averlo squartato e decapitato, hanno scritto con il suo sangue sulle quinte del palcoscenico. Si racconta che tutto questo è avvenuto a un festival di teatro organizzato con "cospicui finanziamenti degli enti locali", si parla degli spettatori come di

cattivi intellettuali che hanno sempre cooperato a degradare il senso della vita mediante paradossi che nulla hanno a che fare con la realtà e tanto meno con la filosofia.

            E si conclude così:

A questo punto la macellazione del cavallo in scena porta con sé tutto l'orrore della vivisezione contro la quale stiamo combattendo.

            La firma è di Luigi Gianoli.

            Anche Benelux (prima pagina di "Paese Sera") ripete che gli attori "hanno squartato vivo un incolpevole cavallo". La notizia che verrà sintetizzata e spedita in mezzo mondo e fin nei fogli provinciali scandinavi si sta ormai completando. Alcuni diranno: era estate, e si sa che d'estate i giornali, a corto di notizie forti, tendono un po' ad esagerare. Dimenticando che quella era l'estate della colpevole catastrofe della diga di Stava, proprio il 19 luglio, e che in molti casi il clamore menzognero sul cavallo di Riccione fece regredire nelle pagine interne, nei giorni seguenti, le notizie relative alle 269 vittime del fango.

 

3. I critici militanti

            Il 25 luglio interviene Aggeo Savioli con dichiarazioni riportate su quasi tutti i giornali (la versione più completa è fornita dalla "Nazione" e da "l'Unità"). In veste di Vicepresidente dell'Associazione Nazionale dei Critici di Teatro riprende le accuse della "Gazzetta dello Sport" e giudica gli spettatori di Riccione, specialmente "studiosi e docenti", come gente che ha dato prova "di odiare i cavalli, gli uomini, le parole, gli affetti, ignorando inoltre che il teatro è metafora". Per fortuna, l'Associazione dei Critici di Teatro spiegherà che Savioli ha parlato esclusivamente a titolo personale.

            La stessa agenzia dirama, con quelle di Savioli, anche le dichiarazioni di Ugo Gregoretti e Giancarlo Sepe: il primo ricorda incongruamente il condannato a morte filmato per Africa addio; il secondo si limita a esternare livore per il successo che ha accompagnato, negli ultimi anni, il lavoro di Magazzini Criminali. Franco Quadri, intervistato telefonicamente a Avignone, si meraviglia che tanti suoi colleghi parlino di ciò che non hanno visto. Ma il buon senso non pare più senso comune. Intervengono Giovanni Arpino (''il Giornale") e Guido Davico Bonino ("La Stampa"). Quest'ultimo crede anche lui - e quindi fa credere - che si sia ammazzato un cavallo per rappresentare la morte in scena, ricorda anch'egli quel che immagina qualcuno non sappia, che il teatro è finzione, e come Savioli e "La Gazzetta dello Sport" cerca di gettare un po' di sospetto sugli spettatori:

Si può uccidere impunemente un animale innocente dinanzi a un centinaio di addetti ai lavori (quando ci decideremo a sapere a che cosa sono addetti? a quali lavori? quanti di loro, per inciso, hanno espresso all'istante il loro dissenso?).

            Odoardo Bertani (prima pagina dell'"Avvenire"), appena rientrato dagli Usa, dice di essersi subito ben documentato su un "pacco di giornali". Lui sì che, a differenza degli spettatori redarguiti, può reagire "all'istante": scrive una vera e propria recensione ritardata dello spettacolo non veduto, dopo aver accennato all'improvvido stabilirsi di Magazzini Criminali a Scandicci, dove "godono di vaste protezioni assessoriali". E da dove, invece, rischiano d'esser cacciati via, proprio per quel fededegno pacco di giornali.

            Ancora mesi dopo, quando tutti si sono ormai resi conto del carattere ingiusto e artefatto della campagna stampa contro Magazzini Criminali, e quando qualcuno (come ad esempio Davico Bonino) mostra persino di dispiacersene e fa capire di volersi scusare, Odoardo Bertani ("Avvenire", 19 ottobre 1985) continua a divulgare la maldicenza. Probabilmente pensa che il lodevole fine di estirpare la malapianta toscana giustifichi i mezzi, e presenta il gruppo come quello "resosi noto, l'estate scorsa, per la storia del cavallo ucciso pubblicamente nel mattatoio di Santarcangelo di Romagna".

            Dobbiamo fermarci un attimo su questo caso, perché mostra come alla base di quella che può parere pura maldicenza giornalistica ci sia il problema centrale del potere dei critici ufficiali in un teatro che vive di pubbliche sovvenzioni. Bertani a con sentimento quel che Ghigo De Chiara e Renzo Tian faranno con maggior freddezza, da funzionari del teatro. Ma non sarà esagerato domandarsi se il suo uso della maldicenza faccia parte di quell'atteggiamento combattivo e "morale" che Bertani predicherà in un articolo su "Teatro/Festival" (n. 2, febbraio '86, pp. 56-59), presentato come l'espressione "del disagio di un uomo di fede e di teatro insieme per la perdita della tensione morale sulle scene", e che invece, purtroppo, è tutt'altro. Sotto l'egida dell'idea secondo cui "fare del teatro un atto morale è il compito di chiunque abbia un rapporto con esso, dall'attore al pubblico", Odoardo Bertani raduna un coacervo di esortazioni e di accuse che ruotano attorno al tema della necessità di tagliare le sovvenzioni agli "immeritevoli". Per definire i quali, Bertani oscilla fra i suoi gusti personali, e quelli delle maggioranze politiche. Egli pensa infatti che i rappresentanti delle maggioranze abbiano il compito di ammaestrare la gente:

L'assessore, in fondo è - o dev'essere - un provveditore agli studi particolari della seconda e della terza età. ( ... ) Gli istituti pubblici hanno un compito magisteriale. La loro dev'essere una docenza ininterrotta. ( ... ) Il radicamento etico del teatro in una città passa (o non esiste) attraverso la missione pedagogica che un organismo pubblico si assume. ( ... ) Il politico dev'essere pontefice anche del teatro. Deve pensarlo come pane, non companatico. Postosi in questo atteggiamento religioso (non ve n'è altro), il politico vorrà far buona legge e poi inflessibilmente curarne la buona applicazione.

            Meno autoilluso è il critico ufficiale dell’"Avanti!", con il quale torniamo agli articoli del 25 luglio. Ghigo De Chiara finge di credere che il linciaggio stampa finirà col far pubblicità a Magazzini Criminali e che, anzi, sia stato procurato proprio da coloro che vengono aggrediti. La compagnia invece ha sempre evitato di diffondere, per esempio, le immagini fotografiche (molto richieste) dell'evento, cosi come aveva negato il permesso per le riprese video. Dopo un esordio che riproduce la favola del lupo e dell'agnello, ad evitare che gli attori già volgarmente aggrediti possano trarre troppo vantaggio dalla situazione,Ghigo De Chiara scrive in termini diretti e imperativi, come s'addice all'organo del partito del Presidente del Consiglio:

Vorremmo che, in via amministrativa, si disinteressassero alla sopravvivenza di 'operatori culturali' di questa fatta anche gli enti pubblici che, elargendo milioni e facendoli persino girare all'estero, ne alimentano la presunzione.

            "la Repubblica", dopo aver lanciato la prima pietra con il titolo falso, ora nasconde la mano. Si limita a pubblicare, in cronaca, i comunicati e le proteste. Forattini, però, sempre il 25 luglio, in relazione a un ennesimo caso Rai, pubblica in prima pagina una vignetta in cui si vede Craxi sparare in gola al cavallo di viale Mazzini. La didascalia: "Magazzini Criminali".

            Il giorno 26 tutti i giornali riportano la notizia delle denunce della Lega Antivivisezionistica Nazionale, anch'essa ingannata dai mentiti racconti sugli attori che uccidono il cavallo in scena, lo squartano, ne usano le viscere. La notizia delle denunce, frutto di un'informazione deformata, diventa a sua volta un'apparente conferma della validità di quell'informazione. L'effetto di verità è quasi completo. E cresce: dalle denunce basate sulle falsità della stampa si passa alle interrogazioni parlamentari basate sull'ufficialità delle denunce. Per aggregazioni successive si coagula una Verità, cioè un'opinione attorno a cui c'è largo consenso. Di questa "verità" i politici debbono tener conto: a Scandicci e Santarcangelo i responsabili di quasi tutti i partiti scrivono documenti infuocati affinché venga messa fine alla presenza di Magazzini Criminali e del festival estivo. A Scandicci, in particolare, pare che la Giunta Comunale, comunista, sia decisa a rescindere il rapporto con Magazzini Criminali. Il Pci provinciale e regionale non ha il coraggio di prendere apertamente posizione in favore degli aggrediti, e si sente in dovere di tener conto della versione calunniosa, che essendo sul momento molto diffusa funziona politicamente come vera. A distanza di un anno la situazione ancora compromessa. La Commissione consultiva per i finanziamenti del Ministero dello Spettacolo sospende, nell'estate '85, ogni decisione sui finanziamenti da dare a Magazzini Criminali e a Santarcangelo. Alcuni membri autorevoli della Commissione premono per un azzeramento delle sovvenzioni. Come si vede, non è del tutto giusto il pessimismo secondo cui i politici e gli amministratori non terrebbero nel dovuto conto le opinioni degli intellettuali. In questo caso, i critici qualcosa hanno ottenuto.

            Il presidente dell'Associazione Nazionale Critici di Teatro, Renzo Tian, fa anche parte della commissione ministeriale. Nel prendere la parola sul "Messaggero" del 30 luglio, in coda allo scandalo, assume un atteggiamento imparziale. Comincia così: "I fatti sono noti. II tempo trascorso li ha meglio fissati". Sostiene, quindi, che anche chi non ha assistito allo spettacolo può ormai farsene un'idea corretta. Dopo aver rassicurato i lettori sulla sua attendibilità, inventa dunque qualche dettaglio inedito e crea l'indignazione degli spettatori, che "esplode già sul posto", una notizia che a ridosso degli avvenimenti non avrebbe potuto essere spacciata senza rischio d'esser subito contraddetta, ma che ora, dopo che il tempo trascorso ha moltiplicato le voci, il clamore e le proteste, può benissimo passare tentando di radicare lo scandalo in loco.

 

4. L 'impostura

            Il pezzo di Tian, tardivo fra quelli dei critici di quotidiani è il meglio orchestrato. Non è più al lavoro una semplice intolleranza, un'irritazione noncurante delle conseguenze, la rabbia d'una denuncia immotivata e ingiusta. Vi è la volontà di indossare un atteggiamento equanime che trasforma la primitiva montatura giornalistica e il conseguente linciaggio stampa in una pacata sentenza di condanna. Sembra un articolo scritto più per il Ministero che per i lettori del "Messaggero", per i quali la polemica non è più d'attualità.

            Con il tono freddo di chi si limita a commentare imparzialmente l'incontrovertibile, Tian dice che un festival come Santarcangelo non dovrebbe fare "selezione clandestina" di spettatori (definisce così uno degli innumerevoli spettacoli ad inviti che si fanno in tutt'Italia e in tutti i festival, sempre o quasi sempre utilizzando denaro pubblico, ma che proprio in questo caso, invece, era fuori bilancio e fuori programma). Aggiunge la nuova piccola invenzione secondo cui gli spettatori sarebbero stati "raggirati" e cerca di corroborare le calunnie sullo spettacolo che non ha visto paragonandolo a quello che dice d'aver visto una decina d'anni prima, a Bologna, quando "un delirante improvvisatore tedesco dal piglio nazista" (si tratta in realtà del noto artista Hermann Nitsch, n.d.r.) aveva esibito "carcasse di vacche macellate estraendone incolpevoli ragazze". Nel resto dell'articolo, alcune lunghe citazioni di Artaud (Tian è docente universitario di Storia del Teatro e dello Spettacolo) e un'indicazione purtroppo malintesa di quel meccanismo "che gli psicologi chiamano riparazione maniacale".

            L'impostura non è semplice calunnia, semplice falsificazione. È il lavoro che dà alla calunnia il nitore della simil-verità. Il 4 agosto "Panorama" riporta un intervento di Enzo Biagi tutto superiore ironia: "Criminali? No, cretini'' dice il titolo, e termina così:

Un suggerimento all'ambizioso regista: perché non affronta un Molière? Se ricordo bene, il grande comico reclinò il capo sulla scena. Forza con una bella interpretazione verista.

            Biagi riprendeva questa battuta da una lunga lettera di Giorgio Albertazzi alla "Repubblica'' del 27 luglio:

Scusate, perché non fate un passo in più, pertinente e definitivo. Perché allora come prova inoppugnabile di disgusto dell'eros - e di sua morte - non uccidere uno di voi? Allora sì, ragazzi, allora crederemmo al vostro tedium del teatro, alla vostra nausea della scena. Coraggio, il passo è breve. Non tiratevi indietro. Adesso, voi, non fate i pentiti anche voi, altrimenti ci deludete davvero.

            Albertazzi, a sua volta, riprendeva la battuta dall'articolo sulla "Nazione" del 23 luglio di Laura Griffo, che con lingua un po' lutulenta consigliava scherzosamente il suicidio in scena. Nel passare dalla Griffo a Biagi attraverso Albertazzi lo scherzo si depura nello stile pur restando sciocco e di cattivo gusto nella sostanza: sigla la qualità non dico etica, ma umana di questa polemica. Potrebbe siglarla altrettanto bene una frase dell'organo del Msi:

Al coro indignato ed inorridito siamo ben lieti di unirei anche noi, non foss'altro perché ci troviamo finalmente in buona e numerosa compagnia nel denunciare le perniciose fumisterie di certa 'postavanguardia': giovani, meno giovani, eternamente giovani teatranti da sempre coccolati e vezzeggiati da amministratori locali in cerca di consensi nel mondo della 'cultura' (Aldo di Lello, in " Il Secolo d'Italia" del 26 luglio 1985).

            Alcuni son caduti nella trappola di questa polemica per il solo gusto di parlare, di dir qualcosa di spiritoso, di mostrarsi nobili d'animo. Tant'è l'attrattiva dell'indignazione a buon mercato!

            Ugo Moretti, su " Playmen", scrive:

A me ha fatto ribrezzo e schifo questa 'audace' operazione teatrale che (non so di chi è stata l'idea e la regia) ha indotto gli attori a intingere nel sangue del cavallo morto i polpastrelli per segnare sulle piastrelle frasi e motti e segnali di erotismo tipo 'W la fica' e 'Do il culo a chi mi paga meglio'.

            Le volgari invenzioni del Moretti e delle latrine sono un'altra sigla dell'episodio: ognuno inventa ai livelli più bassi delle sue immaginazioni sul teatro che conosce poco o male.

            Non è vero che l'impostura sia invincibile. Egidio Pani, critico della "Gazzetta del Mezzogiorno" di Bari, pur da lontano, solo leggendo i pezzi indignati dei suoi colleghi, ha potuto rendersi conto - e ne ha scritto - della loro cattiva informazione. Ma le voci isolate non fanno opinione. Nello stesso numero di "Panorama" in cui compariva l'intervento di Biagi, compariva anche la recensione di Franco Quadri agli spettacoli di Santarcangelo, una recensione scritta prima che la polemica scoppiasse e che quindi risultava spaesata. Altrettanto spaesata una lettera firmata da una cinquantina di intellettuali, critici, docenti, artisti e gruppi di teatro scritta per solidarietà con Magazzini Criminali e soprattutto contro il tentativo di denigrare il teatro "di ricerca" attraverso lo scandalismo pretestuoso, pubblicata il 4 agosto sulla "Repubblica" e ripresa nei giorni successivi dagli altri giornali.

            Ultimi sussulti della polemica. Il 31 agosto "L'Europeo" ospitava un articolo dì Dario Fo a doppio taglio: da un lato contro l'operato dei critici, dall'altro contro il modo di far teatro di Magazzini Criminali. Il 25 settembre prenderà la parola il teologo di "Famiglia Cristiana".

 

5. Il disagio dei critici

            La compagnia Magazzini Criminali, nel n. 76, settembre '85, di "Alfabeta", ha riassunto le sue azioni e le sue intenzioni. Conclude dicendo che "l'errore" è stato, probabilmente, quello di credere che il pubblico, "quello presente e quello assente", potesse cogliere i nessi istituiti fra realtà simbolica e realtà extra-artistica. Non credo che sia giusto impostare così la questione. È vero: un attore deve farsi responsabile anche del modo in cui si diffonde l'immagine e la memoria del suo lavoro. Ma in questo caso il normale circuito fra pubblico presente e "pubblico assente" (nozione, quest'ultima, solo apparentemente contraddittoria) è stato artificialmente manipolato e distorto. Per questo il caso supera i suoi confini di cronaca. Come è stato possibile? Scrive Franco Cordelli nell'articolo precedentemente citato:

Da tempo abbiamo rotto i ponti con i Magazzini Criminali (...), da tempo pensiamo che l'attività di Magazzini Criminali e di gruppi come Raffaello Sanzio o Valdoca o simili è così sottoculturale e invecchiata da non meritare attenzione.

            Anche Roberto De Monticelli spiega perché si sia sempre rifiutato di vedere, anche quando gli sarebbe stato facile vederlo, Genet a Tangeri:

Avendo visto alcuni spettacoli di Magazzini Criminali ritenevo che essi fossero fuori dalla linea di una cultura teatrale da difendere e divulgare.

            Scrive Guido Davico Bonino:

Non ho visto lo spettacolo di Magazzini Criminali (anzi, non ho mai visto, in otto anni di professione, orrore!, un loro spettacolo) ma avendo letto un paio di cronache...

            La scelta di non andare a teatro equivale, secondo questo modo di ragionare, non a una normale scelta dì preferenza ma a una condanna critica anticipata: si ignora ciò che sideve ignorare. Da ciò alcuni abbagli: non è possibile inserire in una stessa sequela gli spettacoli di Magazzini Criminali e della Valdoca. Né affermare che quanto si è verificato a Riccione è il risultato di anni di svalutazione del teatro-finzione, del testo, della drammaturgia come fatto letterario. Genet a Tangeri, comunque lo si voglia valutare, è certo uno spettacolo basato completamente sulla drammaturgia come fatto letterario, sulla parola, sul testo, sull'esplicita e sottolineata finzione del teatro.

            Lo stato di salute di un ambiente culturale, specialmente quando si tratta della critica teatrale, militante o no, si misura dal modo in cui sa rendere ragione dei suoi dissensi, di ciò che non ama e che respinge. Là dove prevale l'insulto, la derisione, il desiderio di far fuori è segno che è in atto una grave crisi, un grave degrado. Dei critici, non dei teatri. In altre parole: il livello culturale di un critico o di un insieme di critici si rivela attraverso la qualità delle stroncature. È facile, con un po' di pratica dello scrivere, comporre bene delle cronache positive o neutre. Molto più difficile è esprimere valutazioni personali molto negative senza abdicare all'intelligenza. Che Benelux o la "Gazzetta dello Sport" parlino senza troppo pensarci di attori che praticano la vivisezione in scena, o che il raffinato Ugo Moretti di " Playmen" si raffiguri così gli attori d'avanguardia, il fatto, cioè, che ritengano la notizia credibile, dimostra quel che si sa fin troppo bene: il teatro è per molti un corpo vile, un campo d'aneddoti piccanti e scandalosi dove può accadere di tutto e per il quale non è importante preoccuparsi del discrimine fra verità e calunnia. Ma le deformazioni di critici che non è pensabile agiscano per semplice voglia di far chiasso, per incompetenza o tornaconto personale sono il sintomo di qualcosa di più grave. Per questo, prima di concludere, dobbiamo   spostarci a Venezia, ottobre 1985.

            Malgrado lo scandalo e il clamore delle accuse ingiuste, la Biennale/Teatro ha mantenuto l'invito a Magazzini Criminali. Il 16 ottobre, la conferenza stampa in cui Federico Tiezzi presenta il lavoro del suo gruppo è particolarmente affollata. Non sono passati neppure tre mesi e ai fatti di Riccione nessuno accenna più. Ma molte persone sono lì convenute come per un evidente segno di solidarietà. Nelle prime file, Eugenio Barba e l'Odin Teatret al completo. Un folto gruppo di critici e studiosi di teatro e molti giovani, che in genere evitano le conferenze stampa. Assenti, come sempre, i critici dei giornali accreditati, che la mattina debbono scrivere i pezzi da inviare alle loro redazioni.

            Il giorno dopo, Magazzini Criminali presenta Vita immaginaria di Paolo Uccello, il terzo spettacolo della trilogia "Perdita di Memoria", iniziata con Genet a Tangeri e Ritratto dell'attore da giovane. Personalmente, ritengo che il secondo spettacolo sia il migliore della trilogia, e anche una delle migliori composizioni teatrali italiane delle ultime stagioni. Molti, di cui rispetto i gusti e ammiro l'esperienza, la pensano in maniera assai diversa. Ad alcuni l'intera trilogia non ha interessato o non è piaciuta. Altri - con cui sono d'accordo - la vedono come un ardito ed importante esperimento drammaturgico.

            Vita immaginaria di Paolo Uccello è comunque uno spettacolo difficile, quelli di cui si può dire "mi è piaciuto" o "non mi è piaciuto", ma che è molto problematico valutare con qualche verosimiglianza dopo averli visti una volta sola. E caratterizzato da un equilibrio forse precario, forse sottile, fra immagini e parole, fra momenti irrazionali e momenti raziocinanti, fra divagazione e pregnanza.

            La "prima" veneziana avveniva dopo un periodo di preparazione tormentato dalle aggressioni estive seguite allo spettacolo di Riccione. A alcuni critici lo spettacolo non è piaciuto, ed è naturale che coloro che non riconoscono neppure un valore alla linea di ricerca della compagnia avessero voglia di stroncarlo. Ma come hanno fatto? Se in occasione dello scandalo artefatto di Riccione si è rivelata la tendenza a fare della critica una milizia che usa spregiudicatamente l'arma della calunnia, in quest'appendice veneziana emerge il brutto bisogno di nascondere inadeguatezza e disagio gonfiando il petto e rivestendo abiti impropri.

Poiché non abbiamo lo spazio, né il desiderio, né alcuna necessità professionale o soi-disant culturale, di parlare dello spettacolo dei Magazzini Criminali, non ne parliamo. Diciamo soltanto, per stretto dovere di cronaca, che si tratta del ritratto immaginario di Paolo Uccello liberamente tratto da Marcel Schwob. ( ... ) Interpreti erano Federico Tiezzi, autore del cosiddetto testo, Sandro Lombardi, Marion D'Amburgo e Julia Anzillotti. È tutto.

            Così Tommaso Chiaretti, "la Repubblica", 19 ottobre 1985. È l'esordio di un articolo che poi si occupa d'un altro spettacolo (chiamato "spettacolino"), l'Ubu Re di Massimo Schuster e Enrico Baj. L'atteggiamento veneziano di Chiaretti, debordante e quasi simpatico per quanto è esagerato, non è fondamentalmente diverso da quello di altri suoi colleghi. Fra coloro che recensiscono negativamente lo spettacolo (le recensioni positive di Colomba, Ronfani, Ponte di Pino, Infante non sono oggetto del discorso) il solo Davico Bonino cerca di argomentare il suo dissenso. Gli altri espongono una sbrigativa indifferenza così come poche settimane prima avevano esposto scandalo e sdegno. Odoardo Bertani a scanso di equivoci ricorda: "comunque l'attività di questo gruppo non combacia con la nostra idea di teatro, pur non retriva, come il nostro quotidiano lavoro dimostra". Gastone Geron rimpiange i cattivi articoli dell'estate precedente e parla, buon ultimo, di "pubblico giovanile uccellato", di "sciagurato episodio della recita al mattatoio", di “Genet a Tangerimalauguratamente sopportato in quel di Scandicci", e di "accademici inclini ad imbarcarsi sui panfili del progressismo fasullo". Ogni brutto episodio trova la sua coda.

            Mentre andava in scena Genet a Tangeri, nelle librerie specializzate era comparso un libro della collana di studi sull'arte medioevale e rinascimentale dell'Università di Firenze diretta da Roberto Salvini dedicato all'opera del più grande pittore quattrocentesco francese, Jean Fouquet. II volume, uno di quelli che per eccesso sfuggono all'accademismo, è di Sandro Lombardi, attore e cofondatore di Magazzini Criminali. Come Sandro Lombardi (e Marion D' Amburgo), anche Federico Tiezzi può parlare e scrivere mettendo in gioco una competenza estetica e filosofica che sopravanza per profondità e a volte per brillantezza quella di molti dei suoi critici di professione.

            Credo che in ultima analisi gran parte della rabbia e dell'antipatia che Magazzini Criminali suscitano in certi ambienti derivi non tanto dalla loro differenza o anomalia, o dagli atteggiamenti anticonformisti, ma dal fatto che essi rinunciano con uno sberleffo a quel prestigio supponente della cultura per raggiungere il quale molti invece, come Messer Nicia, han dovuto esageratamente faticare. Questa particolare rabbia, quest'antipatia astiosa ha spinto parte della critica italiana a scomporsi e a mostrare, in occasione dell'episodio di Santarcangelo-Riccione, alcune piaghe riposte. È stato un episodio di malcostume, grave in sé, ma ancor più grave come sintomo dello stato della cultura teatrale a metà degli anni Ottanta.

            Attraverso questa "tempesta in un bicchier d'acqua" è possibile trarre auspici su ciò che accade o può accadere in altre tempeste e in acque più profonde. Non soltanto nel teatro. Il degrado della cultura teatrale è un brutto segno. Ben peggiore è il segno dell'indolenza inconsapevole, la parodia dell'indignazione: l'indignazione a buon mercato. Non dimentichiamo, infatti, che lo scandalo montato ad arte, il vilipendio, le grida in nome della dignità ruotavano attorno a uno dei nostri innumerevoli mattatoi comunali, dove un gruppo d'attori si recò a recitare, con rispetto e paura, mentre si faceva cibo d'un cavallo.

 

6. Post-scriptum: sei mesi dopo

            28 gennaio 1986: Enzo Biagi inaugura una sua nuova trasmissione televisiva che sarà presto famosa per i suoi scoop. Mostra un video girato molto tempo fa dalle Brigate Rosse, quando sequestrarono Roberto, fratello di Patrizio Peci, brigatista pentito, lo processarono e lo condannarono a morte. Nel video appare il volto del sequestrato, le sue confessioni, la sua umiliazione, i suoi occhi quando boia e carcerieri gli annunciano che lo uccideranno. Questo "documento" ormai non documenta nulla: Roberto Peci fu sequestrato il 10 giugno 1981, assassinato il 3 settembre successivo. Il video non informa più. Resta solo lo spettacolo impietoso del volto del moribondo. Biagi se ne serve non per trasmettere notizie, ma emozioni, per impressionare milioni di spettatori con un feroce brandello di realtà nel primo giorno d'una trasmissione che aspira a un  grande indice d'ascolto. Nei giorni seguenti, alcuni suoi colleghi protestano sommessamente: tutti, in fondo, si rendono conto della necessità di utilizzare attrazioni giornalistiche. Biagi era uno degli illustri giornalisti indignati per lo spettacolo al mattatoio. Virtuoso e ironico come sempre, aveva in limpido stile consigliato agli attori la morte in scena.

21 febbraio 1986: fallisce un attentato delle Brigate Rosse, la terrorista Wilma Monaco viene uccisa. Per più di mezza giornata il cadavere resta esposto sull'asfalto. I diversi telegiornali mostrano il primo piano del volto, gli occhi chiusi come d'una bambina che dorme, i poliziotti che lavorano attorno al cadavere, che lo scavalcano, che gli prendono le impronte digitali. Il cadavere viene visto da sopra, da dietro, da davanti. I telegiornali sono all'ora della merenda dei bambini, all'ora di cena. Sui giornali, nei giorni seguenti, qualche articolo nobile, molta indifferenza. Nessuno si indigna e chiede le dimissioni dei responsabili per quest'uso della morte d'una criminale.

             Perdita di memoria.

(giugno 1986: una prima versione di questo testo era apparso sul n. 77 di "alfabeta'')

            A più di un anno dallo '"scandalo", i rapporti tra i Magazzini e le istituzioni, pesantemente incrinati dopo che gli attacchi della stampa erano stati ripresi in sede politica, non si sono ancora normalizzati. Se i problemi con il Ministero dello Spettacolo sembrano appianati (dopo una "sospensione di giudizio " che ha ritardato la decisione dell'assegnazione delle sovvenzioni), ogni forma di collaborazione con gli enti Locali sembra ancora oggi assai complessa. A Scandicci, il comune della cintura fiorentina in cui il gruppo aveva trovato la sede, i Magazzini sono stati oggetto di attacchi violentissimi; la giunta (monocolore Pci) ha deciso di togliere al gruppo, dopo quattro anni, l'uso del teatro, dichiarandosi disposta "a collaborare su singoli progetti ". Il Comune di Firenze, investito dalla pioggia di miliardi per l 'Anno Mondiale della Cultura, lascia intendere che ogni collaborazione con il gruppo "incriminato" sarebbe stata "molto difficile". La regione Toscana, infine, già un anno fa aveva deciso di togliere ai Magazzini ogni sovvenzione (n. d. r.).