LETTERA DA VÀNVERA

Dalla Postfazione al libro: Franco Ruffini, Il filo rosso, Roma, Officina dei teatri, 2007.

 

Vànvera, domenica 17 settembre 2006

Caro Franco,

            un peperoncino e tre fiori: i brani che trovi in calce a questa mia avevo pensato di metterli in esergo, ma in una lettera non si può. Puoi, però, andarteli a leggere saltando il resto. Quel che li precede non è che un viottolo d’accesso con un po’ di ghiaia.

 

            Qui a Vànvera piove a dirotto. Fa quasi giorno. Sull’asfalto e le stradine attorno a casa si sente un diseguale rumor di zoccoli. C’è da qualche parte un cavallo che scalpita scivola e si riprende. Non capisco dove caspita creda d’andare a quest’ora e con questo tempo, né so localizzarlo. Sento che inciampa. Qualche passo al piccolo galoppo, poi scivola ancora, inseguendo chissà quali feste o fantasie olfattive. Credo che si avvicini, e il suo nitrito pare una risata. L’altrieri c’era un camioncino portacavalli ribaltato all’ultima curva della provinciale. Probabilmente è evaso.

            Sono rientrato a Vànvera da due giorni; vado via domattina; dopodomani sarò di ritorno. Ma la pioggia settembrina a catinelle mi terrà oggi tappato in casa. Temo che questa lettera andrà a finir male, vedrai che sembrerà autoreferenziale. Di tanto in tanto, raffiche di vento spazzano l’asfalto e salgono a scompigliare palme e buganvillee. Hai notato (fra parentesi) come l’autoreferenzialità stia diventando l’accusetta di moda? “Parlate soltanto di voi fra voi”, m’ha telefonato lunedì scorso una plurititolata collega. Secondo lei i nostri discorsi sono tutta una faccenda autoreferenziale. Sarà. A me pareva parlar di teatro. Avrà certamente delle ragioni su cui conviene riflettere. Ma è anche vero che chi ama piazzarsi fuori dal paesaggio, con allocuzioni panoramiche, parlando a tutti tranne che a sé (di sé essendo pieno), gli piace assai additare l’altrui autoreferenzialità. Ma vado fuori tema. Tendo l’orecchio al cavallo provvisoriamente libero: è una divagazione anch’essa, forse un po’ più interessante. Ma non farci, ti prego, troppo caso.

            Una volta m’hai detto: “Ma perché vai proprio a scrivere laggiù?”. Effettivamente quando faccio tappa qui a Vànvera torno a sperimentare quel che il posto è per antonomasia: non un luogo di distrazione, ma un paese dove si finisce col perdere il filo. E dunque che io mi metta a scrivere proprio qui la lettera–postfazione al tuo libro, col titolo che gli hai dato, è già un bel controsenso. Tu al filo ci tieni eccome. Questa volta, non essendo implicito nell’unità d’argomento, l’hai infilato in primissimo piano nel titolo. Aggiungi “rosso”, e ci spieghi che cos’è. Ecco che noi lettori, benché il libro sia tutto spezzettato, non possiamo fare a meno di vedercelo, il filo rosso. Giusto.

            Tanto giusto io nei tuoi panni non sarei stato. A me un libro così non sarebbe venuto bene.

            Siamo molto diversi, e qualche volta ci fastidiamo a vicenda.

            Più diventiamo dissimili, più ci avviciniamo.

            Il tuo libro mi piace. Ti ci riconosco.

            Perché t’accanisci.

            Se siamo molto diversi, è soprattutto per gli speculari fallimenti che ci minacciano ogniqualvolta mettiamo le dita sulla tastiera. Dico, speculando, che a te piacerebbe scrivere un libro preciso come la balistica d’uno sparo, come un teorema: dall’impostazione al “come volevasi dimostrare”. Accetti a malapena l’esplorazione dei vicoli ciechi, per vedere coi tuoi occhi che son ciechi. Essendo Il filo rosso tutto pezzi staccati, la tua propensione alla geometria delle linee rette qui la si vede particolarmente bene. Ti fissi tante mete quanti sono i pezzi, lunghi corti o cortissimi. E poi: via, più dritto che puoi. Nei tuoi scritti di più ampio respiro, anche quando annunci una “digressione” in realtà fai tutt’altro: un ralenti, un primo piano, per ingrandire un dettaglio in cui il senso della meta è più presente che mai. Vere e proprie digressioni, ch’io sappia, non te ne capitano manco a pagarti. O a pregarti. Si potrebbe dimostrare che nella tua prosa, in tutti quei punti in cui serve una pausa e altri metterebbe una digressione, una passeggiatina di riposo, tu proprio lì poni, al suo posto, una ricapitolazione del percorso. La meta non la perdi mai di vista, tanto meno nelle soste. E il tuo tratto, un modus operandi, una metrica che dà ai tuoi manufatti l’impronta d’autore. Anche quando leggi, ti scocciano andirivieni e deviazioni. Anzi: credo che ti mettano in sospetto e che tu sia incline a sentirti preso in giro quando sei portato in giro. Ma è proprio la stessa cosa?

            Me l’hai rimproverato più volte. Perché a me, per esempio, avere una meta invece mi fastidia, se devo scrivere. Mi piacerebbe fare un libro che fosse un continuo aggirarsi, come un cane che entra in una stanza, annusa qua e là, e poi riprende a scodinzolare. Mi piace l’arzigogolo. Forse vado più a naso che di testa – sperando che fra l’una e l’altro ci sia un qualche sepolto rapporto. Il mio inconfessato desiderio, nel fare storia, sarebbe giungere a un punto in cui fermarsi a guardare una vela lontanissima e vedervi un volto famigliare. E viceversa. Insomma: non–capire (quel che comunque si capisce). Il tuo è forse capire (quel che comunque non si capisce). Forse sono proprio la stessa cosa. Tu rischi il rigido, io lo spappolato. Per fortuna, né all’uno né all’altro di noi è concesso seguire in pieno i nostri gusti (si sa che per condurre uno al fallimento c’è niente di meglio che permettergli di realizzare i propri desideri). Ciò non toglie, che quasi niente ci sia di più vivo della sfiduciata speranza di non aver capito bene. Come un attore sensato quando recitava una farsa.

            Costretto dalle occasioni a saltare dagli uni agli altri fatti, in questo Filo rosso ogni volta che esponi il tema sùbito lo trasformi in problema, come se in ogni cozza dovessi trovare una perla – e questa perla dovesse esser fatta al modo d’un punto interrogativo. Quasi ad ogni tuo incipit mi chiedo: “Mah, che ci sarà d’interessante?”. Tu però procedi spedito e concentrato. Pian piano la perla interrogativa prende forma e cattura l’attenzione. Certe volte una domanda grande; più raramente una che a me lettore può non dire granché. Non importa, fatti miei. Una cosa però è chiara: che l’interrogativo tu arrivi comunque a pescarlo. Se qualcuno dicesse: “son solo giochi d’intelligenza” non avrebbe capito niente. La chiamerei rettitudine. Tu usi una domanda: “che mi rode?”.

            Ne risulta che questo libro – che formalmente sarebbe un titolo “minore” nella tua bibliografia – sostanzialmente offre invece il condensato del tuo modo di muoverti e di indagare. Finita la lettura, è questo tuo personale atteggiamento che soprattutto rimane in mente, l’atteggiamento – agem – nei confronti del teatro e dei suoi studi. Muovendoti e rimuovendoti a tuo modo dici qualcosa di, assai importante sul moto che motiva l’indagine. Questo non riguarda più te soltanto, le tue particolarità, ma alcune generali premesse agli studi teatrali. E non agli studi soltanto, ma anche a ciò che segna la vita nel teatro. Che a differenza della maggior parte degli altri stili di lotta, delle altre vite, non è lotta per vincere le resistenze, ma soprattutto per trovarle: inventarle.

            L’agem (o atteggiamento base, o posizione di allerta e partenza) non è “opinione” né “metodo” né stile, e neppure dimostrazione di bravura. Il tuo agem lo direi una voglia anteriore, voglia di riscattare l’argomento, di liberarlo dalla sua entropia, dalla minaccia della sua sempre dimostrabile pochezza. Bisogno di renderlo difficile. Sicché il tuo accanirti in cerca delle perle interrogative tanto più è esemplare quanto più mette in campo accanimenti di comprendonio di cui non si vede di prim’acchito il bisogno. Questa – mi dico – è intelligenza: interna fedeltà al gioco. Perché gli studi (come le pratiche) teatrali sono per ogni dove fin troppo facili. Da ciò – anche nei periodi in cui il teatro e la sua idea sono fuggevolmente in gran voga e centrali – la scarsa tenuta, la friabilità, spesso la bassa qualità della teatrologia, l’autoindulgenza implicita nell’indisciplinata disciplina che pratichiamo.

            Parole gonfie, sia “disciplina” che “teatrologia”. Ma è appunto di questo gonfiore che parliamo. Il gonfiore nella pratica e nello studio del teatro è ben poco dissimulato, è a vista, a portata di mano, comodo e soffice, quasi orbato d’una stringente tradizione da contraddire. E l’antico poltro da cui viene sia il sostantivo “poltrona” che l’aggettivo “poltrone”. Per chi ama la polemica (ma la polemica non è l’anima degli studi, non sono essi in gran parte “lotta fiorita”?), la polemica si riduce per lo più ad esser contro il pressappoco, è quindi quasi costretta a nutrirsi di poco. E la fame, si sa, dà un tono un po’ metafisico anche ai piedi per terra.

            E qui, amico mio, sopporta un giretto, una digressione. È strana controversa ed istruttiva la storia di quel “poltro”. Prima d’indicare cuscino pagliericcio imbottita letto, pare sicuro che il significato di “poltro” fosse “cavallino” o “puledro” (“pullitrum”, per esempio, era detto sia il puledro che il suo giaciglio di paglia). Il che fa la vecchia storia di “poltrona” e “poltrone” stranamente simile alla moderna storia di... “bidè”, anch’esso originariamente cavallino, da “bider”, voce rara per “trottare” (bidet era il cavallino tranquillo, comodo per le cavalcate delle signore, spesso educato all’ambio). Ed ecco che in poche mosse, digredendo lungo la deriva delle parole, ci ritroviamo negli ambienti dei bordelli (terra patria dei bidè casalinghi) – o dei teatri come luoghi facili per battere la cavallina.

            Si batte la cavallina anche studiando: servono, appunto, professioni e discipline comode, con pochi o punti rosichii in dote, che diano l’impressione della ricerca pur indugiando nei comportamenti stesi della rilassatezza, dei piaceri senza amori e delle compiaciute abluzioni esoteriche delle parti intime.

            Perciò una certa forza d’animo nel teatro ci vuole, per restarvi in piedi (e invecchiarvi in piedi), sia facendolo che studiandolo, senza lasciarsi imbambolare dalla cipria del poltro. A voler essere precisi, serve quella particolare forza d’animo che alla comoda solenne futilità del far fìnta resiste con la dura umile finzione del fare fìnta di niente, non importa che non importi. Penso che a questo punto sarebbe appropriato parlar di farsa. Vorrei parlarne, aggiungere che dovremmo riuscire a far posto (un posto centrale) al sentimento della farsa. Ma sto anticipando. E anticipo perché confesso che è questa una convinzione in me tanto più salda quanto meno la so argomentare.

            Non vale niente affermare che il teatro di per sé importa alla fin fine poco. Siccome è il periferico minuscolo paese del grande come se, non fa meraviglia che nelle pratiche e negli studi teatrali si scontrino faciloneria e ricerca del recondito, quasi senza terre di mezzo; che dalle nostre parti disciplinari rilassatezza e lotta per capire si trovino schiena contro schiena, quasi fossero l’una l’interfaccia dell’altra; che il teatro sia stata spesso la più arretrata e cialtrona delle arti, dei mestieri; e i suoi avamposti invece il non plus ultra del rigore, i più estremi e i più arditi, i più rivoluzionari (come Trockij notava meravigliato). Si capisce: il piccolo paese del grande come se può essere sia la locanda dove ci vuol poco a farsi re, perché tutto è fuori mano e inessenziale; sia, al contrario, il prezioso e disilluso microcosmo in cui, tutto essendo irreale, niente vi è che non sia essenziale. Purché si abbia la fermezza di trattarlo come tale.

            Può essere bicchier d’acqua o tempesta. A seconda di come lo si voglia – o lo si sappia volere. È davvero stravagante la magnitudo delle storie che animano il teatro (non quelle che rappresenta: quelle che vi si vivono): un nonnulla, un piccolo resto, un “a parte” storico e sociale. Ma un nonnulla, in cui si possono sperimentare grandi lotte in una minuscola arena, come il cockpit di cui parla il prologo shakespeariano proverbiale, esiguo defilato risibile, e però percosso dal vento e dal destino che agita le grandi “pianure di Francia”. Si può riderne o provarne sgomento, l’una e l’altra faccia: conoscenza. Spesso vi si sentono in anticipo – in questo luogo outlandish, deterritorializzato, fatto straniero – i sussulti di imminenti terremoti o vi si incontra, ma distorto e fatto labile, umano, ciò che nella storia per consolarci chiamiamo “inumano”. A volte vi si vivono i valori che nella realtà si sperimentano solo al modo fissatisi nei due versi lapidari di Fortini: “E per quello che non si vedrà, Si cominciava a morire”.

            Non c’è bisogno di aggiungere che il luogo outlandish tutto è tranne che estraneo, se è vero, come sottolineava Deleuze, che un territorio è davvero tale quando si sa come se ne esce.

            La vita nel paradossale spazio del teatro, nella sua geografia fatta tutta d’opposizioni estreme, che rende tanto difficile farne storia, se non è poltro e cipria, è politica malgrado tutto. Estremi senza terra di mezzo. Una resistenza in veste di giochetto. Disproporzione. Quella che se ti dicono “esageri!” hanno sempre ragione. E torto ad aver ragione.

            L’accanirsi è politico? Direi proprio di sì.

            Niels Bohr, quando lo fecero baronetto dopo il Nobel, scelse per il suo scudo araldico quel motto Contraria sunt complementa che abbiamo spesso sotto gli occhi perché è volato al completo, scudo e cartiglio, sulla carta intestata dell’Odin. Il nipote di Niels Bohr è fisico anche lui (si chiama Thomas, fisico di terza generazione), ma a differenza del nonno e del padre non studia l’occulto dell’occulto, atomi e quanti. Studia – letteralmente – tempeste in bicchieri d’acqua. Gli stessi che poi si beve. Un sorso o un inframondo tempestoso: dipende da lui. Sarà il terzo Nobel della famiglia? Deve avere, comunque, una bella forza d’animo. Inietta domande e logiche astruse nel disordine della banalità quotidiana, un bicchiere che si rovescia, una tovaglia che si bagna, sabbia gettata sul pavimento. È così che si pone alla frontiera dei suoi studi: farcendo di questioni ardue accadimenti banali. Immagino che ben pochi se lo filino, a livello di grandi progetti e sovvenzioni. Quando l’ho sentito parlare, ho pensato a te, al tuo accanirti. A quello strano, un po’ buffo nostro pundonor o costume di gruppo, che sta nello spaccare il capello in quattro, disputare, litigare – come se fossero questioni di vita o di morte – intorno a problemi che non interessano quasi nessuno e riguardano l’irrealtà, il teatro, certi suoi indovinati sotterranei, alcuni subatomici mondi che forse gli appartengono.

            Le ricerche di Thomas Bohr, se arriveranno a buon punto, diranno qualcosa di nuovo alla comunità dei fisici. Ma le nostre? C’è forse una comunità o una tradizione disciplinare cui trasmetterle? Sono forse soltanto semi da disseminare non si sa dove. Ognuno dovrà rispondere da sé. Non c’è niente di autoreferenziale in questo. Semmai di muto. È questo il bello, a cui il gonfiore professoral–scolastico può fare gran danno assopendo la risata, quella che dal di dentro anima impegno, disputa e tensione: la “seconda risata” (come “secondo fiato”).

            Farsa viene da farcir, infarcire, infarcita E su questa etimologia non ci piove.

            È passato da poco mezzogiorno. Purtroppo non piove tutto il tempo, e quando esce il sole escono anche i motorini taroccati dei pischelli (pare giusto: stanno qui a Vànvera in vacanza). Le loro scorribande fragorose s’azzittano al primo scroscio. Allora si sentono di nuovo gli zoccoli dell’evaso. Finalmente l’ho visto, s’è affacciato in cima alla strada, sporco ispido bagnato, sazio delle erbe che fuoriescono dai giardini, sgroppante e febee in questa sua libertà di corto respiro. Se non fosse un animale (e d’una specie che non è poi così intelligente come si dice), direi che è spensierato. Vorrei che tu fossi qui a vederlo. Come caracolla e scuote la testa. Tale e quale un poderoso destriere. Fatica tutto il tempo, tale e quale un cavallo da battaglia. Se soccombesse alla voglia d’un passo solenne, rimarrebbe fatuo, cinico e ronzino. Sono irreali battaglie. E lui, a vero dire, è solo provvisoriamente un cavallo, in realtà è carne di cavallo, destinato al macello. Gioca conte se fosse in piena campagna di guerra. Non si ride fatui di sé quando si gioca. C’è meno dignità e meno paura (la dignità professoral–disciplinare è proprio un motorino taroccato: fa un gran rumore, nel suo piccolo, un gran frastuono, ma basta un vigile urbano a sequestrarlo e a mettergli paura).

            Vorrei che fossi qui a vederlo, così non potresti sospettare che sia una semplice intenzione o un’allegoria. E magari potremmo parlare a ruota libera di teatro fingendo di parlar di cavalli, di Babieca e Ronzinante o del cavallo di Guernica. Frattanto, mentre noi chiacchieriamo, lui è scivolato, ha sbuffato rabbioso, ha annaspato con le zampe di dietro nella cunetta della strada, s’è rimesso in sesto e se n’è andato come se avesse in groppa chi sa quale morto cavaliere.

            Perché Babieca, che era il cavallo del Cid Campeador, fece vincere al suo morto cavaliere la battaglia decisiva della Reconquista. Gli misero in sella il cadavere dell’eroe, ben legato e fissato a certi pali, armato, visiera abbassata e mantello al vento, e lo fecero uscire davanti ai nemici disseminando disfattismo. El Cid era morto nella battaglia precedente, e invece no, perché Babieca era ben vivo. Un imbroglio che potrebbe annodare una farsa. Dicono alcune leggende che Babieca fosse uno stallone nero, altre invece che era bianco come un angelo. Alcune che fosse bellissimo. Altre che aveva al contrario l’aspetto d’un ronzino, che fosse sgraziato nelle forme (come il nostro Ribot), che fosse ossuto, malmesso, zampe da saltapicchio, gracili all’apparenza. Cervantes s’è inventato che Babieca inviasse un sonetto a dialogo dedicato a Ronzinante. Lo pose come ultimo, fra gli omaggi in versi che fanno da finto paratesto al Chisciotte. C’è un Babieca, suggerì, nella pancia di Ronzinante. E viceversa. Portano in groppa l’uno un finto vivo e l’altro un finto morto. Sai come: sono sineddochi.

            Ora riprendo a scrivere e finisco. Ho cucinato, ho cenato prima di sera. Il cielo è tutto sereno. Domattina partirò col bel tempo. Ho anche schiacciato un sonnellino. Il mio vicino m’ha regalato una cofana di prugne del suo albero e intanto m’ha detto che il cavallo evaso l’hanno ripreso. Lo puliranno e ne faranno salutari spezzatini. “Tutto a posto?”. “A posto, grazie”. “Buon riposo”. Ora finisco.

            T’ho inseguito lungo il tuo filo rosso. Sembrava una staffetta: tante tappe, tutte di corsa. Una meta via l’altra. Molti fatti, domande e pensieri. Molti regali. Ne approfitto per dirti anche quel che mi manca. Non in particolare nel tuo libro, ma il tuo libro mi ci ha fatto pensare. Quel che mi manca soprattutto nei miei, nei tuoi, e negli altri scritti che amo, da cui imparo e che parlano di teatro. Pensa un po’ quanto tempo c’è voluto perché si prendesse sul serio il fatto che anche del teatro si poteva davvero far storia. Storia scossa, che però ha potuto persino acclimatarsi negli ordinamenti delle università. E quanto c’è voluto (questa è una vicenda ben più importante, solo in parte connessa) quanto c’è voluto perché l’arte del teatro venisse davvero considerata un’arte, rispettata come tale e soprattutto come tale da alcuni praticata con la dedizione l’etica i riconoscimenti pubblici e le economie necessarie, aldilà del bisogno d’imbandire più o meno colti divertimenti. Ufficialmente è stata riconosciuta una cosa molto seria. Ma non pare anche a te che questa serietà abbia fatto la crosta, si sia fatta ora seriosa ed ora austera o addirittura solenne? Per la difficoltà a conquistarla, la serietà, e per la ripugnanza all’idea di ricadere nella frivolezza che ha a lungo banalizzato il territorio outlandish del teatro.

            Quanto tempo c’è voluto per togliere la memoria degli attori spariti dagli scaffali della letteratura faceta e per diporto? Quanto ce n’è voluto per riuscire (senza ancora del tutto riuscirci) a far capire che le storie che raccontiamo, che i morti con cui cerchiamo di dialogare non sono curiosità erudite, coacervi d’aneddotiche, liste di poetiche e teorie, ma stratificate e persino misteriose storie, che parlano – benché se ne parli?

            E allora, perché il compito non dovrebbe bastare? La farsa che c’entra?

            Abbi pazienza. Divago cercando una conclusione senza meta. Mi scopro a pensare in termini di generazioni, concetto gonfio che affiora magniloquente d’istinto sulle labbra anziane. Ma quali generazioni! Poche persone, qualche centinaio a contarle tutte, sparse qua e là, di paese in paese.

            La nostra “generazione” s’è formata a contatto di gomito con teatri che han dovuto farsi largo nell’indifferenza e nella dissipazione. E fra i teatri spariti hanno riconosciuto voci fraterne, gente che, anche loro, hanno dovuto dar forma austera all’intransigenza ed alla resistenza – per non soccombere. Il risolino circostante ha represso fra parentesi la risata seconda e l’ha spinta sul fondo. La sua eco mi manca, quando leggo quel che scrivo, ascolto quel che dico. E mi manca anche quando procedo aggrappato ai fili che tendono i fratelli di studi. Accanirsi è vitale. Ma non è fondamentalmente un modo di ridere? Perché non si sente? Perché non riusciamo mai o quasi mai a farlo sentire, questo riso?

            Mi immagino che ci sarà ben presto (in modo di fare a tempo a vederla) una “generazione” – tre o quattro persone – innamorate anch’esse del fuoriposto teatrale, capaci di intrecciare, trasformandolo in scientia, rigore estremismo disappartenenza e tacito sapere della farsa. Non lo humour, ma proprio la farsa. In qualche spettacolo, ma raramente, lo si vede. Negli studi, no.

            Lo si può persino storicamente dimostrare, dalla farsa cresce ogni teatro, come dai semi. Non perché ride, ma perché pratica un’arte fatta tutta a rovescio, quella del farcire. Il farsante farcisce il nudo nodo dell’azione, se lo spiega. Sa che qualsivoglia piccolezza, una paroletta ripetuta o storpiata, un insulso quiproquo, allacciarsi le scarpe, dimenticare l’ombrello, trovar per caso un fazzoletto, tenersi in tasca un pezzo di parmigiano, qualsivoglia piccolezza può svilupparsi nel nodo d’un’azione complessa, una sto¬ ria d’amore o scoramento, di beffa, vendetta o lutto, che fa ridere tutti tranne uno o due personaggi. Il nonnulla che s’annoda fa ridere. Ma, se si guarda al nodo in quanto nodo, si vede che allo stesso modo s’annoda la materia grave per i più – per tutti noi – che fa dramma e tragedia. E sembra storia.

            Ma di questo, se avremo tempo, sarà per un’altra volta.

            Per ora ti ringrazio.

            A presto, un abbraccio,

            nando

 

PS. Gli eserga posposti

            L’esser come è l’espressione dell’irrealtà [...] Max Müller ha fatto notare che nei poemi religiosi dell’india, nei Veda, [...] la metafora non si esprime dicendo che una cosa è come un'altra, ma al contrario per mezzo d’una negazione. Avevo quindi ragione a dire che occorre che due realtà mutuamente si neghino, si distruggano, perché nasca e si produca l’irrealtà. E infatti, dice Max Müller, quando il poeta dei Veda vuole dire che un uomo è forte come un leone dice: è forte, però non è un leone; o ancora, per mostrare che un carattere è duro come una roccia, dirà: è duro, però non è una roccia; è buono come un padre lo dice: èbuono, però, beninteso, non è un padre. Ebbene, lo stesso accade con il teatro che è il “come se”, e metafora corporizzata [...] Janet – e come lui altri psicopatologi francesi poco perspicaci – diceva che la follia consisteva nella perdita del senso di realtà. E, mi pare, una perfetta sciocchezza. La verità è proprio l’inverso: le menomazioni o anomalie mentali rivelano una perdita del senso dell’irreale. E come se la burla non si prendesse per burla, ma sul serio [...] L’azione dell’attore è ben circoscritta: è fare farsa, per questo la lingua corrente lo chiama “comico” o “farsante”. E di conseguenza, la nostra passività di pubblico consiste nel ricevere dentro di noi questa farsa come tale, nell’uscire noi dalla nostra vita reale ed abituale verso questo mondo che è farsa. Per ciò, come ho detto, è essenziale che il teatro ci faccia uscir di casa e recarci da lui [...] Nel Teatro, gli attori sono farsanti, e noi, il pubblico, siamo farsati, ci lasciamo farsare. [...] Non è enigmatico e insieme attraente, appassionante questo stranissimo fatto che la farsa risulti essere consustanziale alla vita umana, tanto che l’uomo, oltre alle sue altre ineludibili necessità, necessiti anche essere farsato e a questo fine farsi farsante?  (José Ortega y Gasset, Idea del teatro – una abbreviatura, 1946)

* * *

            In questa storia dell’arte io sono già andato oltre i suoi limiti e sebbene nell’osservare la sua decadenza abbia provato un sentimento simile a quello di chi, scrivendo la storia della sua patria, è costretto a parlare anche della sua distruzione a cui egli stesso ha assistito, non ho potuto fare a meno di seguire la sorte delle opere d’arte sin quando mi è stato possibile. Come la donna amata che dalla riva del mare segue con gli occhi colmi di pianto l’amato che si allontana, senza speranza di rivederlo, e crede di scorgere la sua immagine ancora nella vela lontana, anche a me, come alla donna amata, resta solo l’ombra dell’oggetto dei miei desiderii [...] Spesso ci accade come a coloro che credono di vedere gli spiriti e credono di vederli dove non è nulla.  (Johann Joachim Winckelmann, pagina conclusiva alla Storia dell’arte nell’antichità, 1764)

* * *

            Dunque, ieri sera, uno scroscione d’acqua che ha durato dal principio dello spettacolo alla fine. Tu sai come questo soltanto basta a creare una corrente fredda, di malessere, di disattenzione, di disorientazionefra noi e il pubblico [...] La debolezza, il mio difetto di soffrire dei temporali dava dei suoni falsi. Come un violino scordato, non mi riusciva raccapezzarmi, tanto che nei punti peggiori mi veniva da sbadigliare. Allora mi ha preso quasi un momento di buon’umore, ricordandomi “Gillet bianco” [Luigi Gualdo], che una sera a Milano canzonava in modo così grazioso quel mio modo d’essere. Mi ricordai che “Gillet bianco” mi suggeriva di fare un discorso al pubblico presso a poco concepito così: “Rispettabile (!), se vi siete annoiati voi, figuratevi io!!” – e calar la tela. Ma [...] avevo ai fianchi quel noioso e formosissimo signor “Gandolin” del Fracassa [Luigi Vassallo] che è l’essere... più... conforme alla razza umana che io conosco. Basta! A mezzanotte, anzi prima, tra un diluvio d’acqua mi son cacciata in carrozza e via. (Eleonora Duse, dalla lettera ad Arrigo Boito, da Genova, 9 ottobre 1887)

* * *

            Dialogo entre Babieca y Roncinante – Soneto

            [...]

            B. – Andà, senor, que estàis muy mal criado,

            pues vuestra lengua de asno el amo ultraja.

            R. – Asno se es de la cuna a la mortaja.

            ¿Quereislo ver? Miraldo enamorado.

            B. – ¿Es necedad amar? 

            R. –                                        No es gran prudencia.

            B. – Metafisico estáis.

            R. –                                        Es que no como.

            (Miguel de Cervantes, Don Quijote, versi d’omaggio premessi “Al libro Don Quijote de la Mancha”)